AOSTA
28/09/2013 - AMBIENTE
Il pirogassificatore di Borgofranco
spaventa anche la Bassa Valle
L’area dove dovrebbe sorgere il pirogassificatore
“Per le nano particelle non c’è confine, la sperimentazione è una decisione scellerata”
DANIELA GIACHINO
PONT-SAINT-MARTIN
L’impianto sperimentale che la Provincia di Torino ha autorizzato per due anni a Borgofranco d’Ivrea, che prevede la combustione di rifiuti speciali non pericolosi costituiti da plastiche generiche, pollina, fanghi di cartiera e fanghi provenienti da impianti di depurazione delle acque reflue urbane, ha coinvolto anche gli abitanti della Bassa Valle d’Aosta.
A fianco dei comitati dei cittadini «Dora Baltea che respira» e «Dora Baltea in movimento» anche il gruppo «No Piro», la cui posizione boccia in modo esplicito anche la sola sperimentazione. Tra loro pure alcuni cittadini della Bassa Valle. «Siamo fermamente e pacificamente contrari all’attivazione del pirogassificatore di Borgofranco d’Ivrea, nell’area dell’ex Alcan - dice Gigi Bussi referente valdostano del comitato -. L’impianto non deve operare perché porterà sicuro e grave danno alla salute della popolazione e all’ambiente. I progetti presentati in Provincia parlano della vera intenzione speculativa: dopo la sperimentazione si vuole utilizzare l’impianto installato per passare all’incenerimento permanente di grandi quantità di rifiuti. Lo dimostra il fatto che è stata presentata la richiesta di poter bruciare 16 mila tonnellate l’anno. Il no alla sperimentazione è quindi inscindibile dal no netto all’utilizzo del grande pirogassificatore che si vuole attivare nell’immediato futuro».
Accanto ai comitati si è schierata Valle Virtuosa. «Quello che sta accadendo ai confini della Valle d’Aosta ci tocca direttamente - dice Jeanne Cheillon, presidente di Valle Virtuosa -. Gli scienziati dicono che le nano particelle sprigionate dai pirogassificatori percorrono migliaia di chilometri. Non essendoci a Carema un muro, non solo la Bassa Valle subirà le conseguenze dell’inquinamento, ma tutta la Valle d’Aosta. Con il ricatto dei nuovi posti di lavoro si vuole imporre una decisione scellerata».
Il comitato «No Piro» guarda al futuro. «Il turismo del futuro premierà i territori che avranno salvaguardato la loro integrità e le loro bellezze naturali - aggiunge Bussi -. Il pirogassificatore sarà un danno di sostanza e di immagine allo sviluppo di questo settore che riteniamo fondamentale dopo la deindustrializzazione del nostro territorio. L’incenerimento è un sistema di smaltimento dei rifiuti arcaico, con una ricaduta occupazionale minima. La vera occupazione proviene dall’impiego di personale in attività che realizzi la separazione, il riciclo e il recupero dei materiali». I componenti del comitato «No Piro» invitano coloro che sono interessati alla salvaguardia dell’ambiente agli incontri organizzati tutti i giovedì alle 21 al bar Sport di Tavagnasco.
FONTE:http://www.lastampa.it/2013/09/28/edizioni/aosta/il-pirogassificatore-di-borgofranco-spaventa-anche-la-bassa-valle-EojxyveM090xxWsLXFRDxO/pagina.html
sabato 28 settembre 2013
sabato 12 gennaio 2013
>> Il mondo protestante valdese entra in carcere <<
(10^ puntata)
carcere parigino La Santé
Sappiamo che
in generale per il mondo protestante il centro della fede è la Sacra
Scrittura, “sola Scrittura”, aveva detto di seguire Martin Lutero
al momento della Riforma. Oltre ovviamente alla “sola Fede e sola
Grazia”.
Ecco dunque
che il pastore Francesco Sciotto della Chiesa Valdese di Palermo,
dopo aver effettuato il servizio civile al carcere minorile a Bicocca
(Catania), chiese alla Facoltà valdese di poter effettuare un anno
di studio all’estero sempre sul carcere. Fu la Fédération
Protestante de France a chiedergli nel periodo ottobre 2000 - marzo
2002 di fare uno stage di lavoro alla prigione Santé a Parigi.
Rientrato in
Italia dopo questa interessante e formativa esperienza, il pastore
Sciotto nel maggio 2003 discusse la tesi di laurea in Teologia
pratica presso la Facoltà Valdese a Roma dal titolo “Nel pozzo
delle rane. Esperienze di cappellania carceraria” .
Attualmente
Francesco Sciotto è coordinatore del gruppo di lavoro sulle carceri
della Federazione chiese evangeliche d’Italia.
Una voce
autorevole, dunque, che parte affrontando l’argomento più caro a
tutti i fratelli protestanti: la Bibbia con il primo capitolo dal
titolo “La prigione nelle Sacre Scritture”
Nelle pagine
del pastore Sciotto troviamo degli spunti molto interessanti: La
Bibbia, ad esempio, che può diventare «il
fulcro di ogni relazione d’aiuto. Lo è innanzitutto perché
accompagna lungo il suo lavoro il counselor.
Lo accompagna all’inizio della relazione, nelle prime visite dove
si chiacchiera del più e del meno. Lo accompagna in seguito,
nell’ascolto, quando la sofferenza si fa parola e richiesta di
aiuto. Lo affianca negli alti e bassi del lavoro in generale.
Ma è fulcro
anche e soprattutto perché, poco a poco, accompagna anche la
sofferenza del detenuto, che in maniera naturale e spontanea chiede
di leggere dei passi, di condividere le sue impressioni, le sue
preghiere. È questa condivisione, questo confronto, che fa rivivere
il testo biblico, che lo rende spesso parlante.
La Bibbia
diventa a questo punto funzione stessa della relazione, collante
dell’accompagnamento pastorale» (1).
Ovviamente
però sempre più frequentemente i detenuti usavano la Bibbia come
pretesto per scambiare quattro chiacchiere, per bere un caffè,
insomma per incontrare qualcuno di fuori magari come «richiesta
di aiuto che viene da chi esperisce un vuoto quotidiano ed
esistenziale da colmare, una ferita da rimarginare, un dolore da
sedare. Ebbene, credo che a pochi dei nostri contemporanei che si
trovino in tali condizioni, capiti di aprire una pagina a caso delle
Scritture e di trovarvi all’interno immediato lenimento. La Bibbia
è, per la maggior parte delle persone, niente di più che un libro
scritto troppi secoli addietro. Qualcosa che non riesce più a
parlare alla gente d’oggi» (2).
Da un
attenta e meditata lettura biblica si può vedere come si trovi il
tema della prigionia e
della prigione, ma
anche quello dell’attesa
che il pastore Sciotto ha evidenziato nell’Antico Testamento e
dell’utilizzo repressivo del carcere
portato alla luce nel Nuovo Testamento.
La cosa che
fa più specie è che a Bibbia disconosce il volto della prigione e
del carcere «inteso come pena. Questa
peculiarità ne fa il luogo dell’espiazione, della punizione, ma
anche del ravvedimento, della reinserzione» (3).
Nella Bibbia
l'attesa dei prigionieri diviene l'attesa metaforica di qualche cosa
d' altro, giudizio divino, intervento di un liberatore o intervento
celeste.
Inoltre ci
dice sempre il pastore Sciotto nella sua tesi «non
c'è qui un giudizio moralistico su chi è “dentro”. Nessuno ci
dice se hanno meritato o no la detenzione, semplicemente perché si
tratta di persone che aspettano, che probabilmente lo fanno soffrendo
e che sono in balia delle prepotenze e delle sopraffazioni dei
potenti. Quest’attesa, ingiusta e per di più incerta, penosa,
diventa paradigma esistenziale di coloro che attendono; metafora, pur
triste, di una speranza. La loro condizione diviene un’immagine di
attesa escatologica e teologica di liberazione» (4).
Interessante
è poi cogliere nel lavoro del pastore Sciotto che è stato, lo
ricordiamo, anche cappellano in Francia e lo è tutt'ora come
volontario in Sicilia, il fatto che non si è da soli con il detenuto
ma «al timone della barca, oltre a noi e al detenuto, ci sia il
Cristo dormiente che, nel racconto evangelico di Mc. 4, 35-41 guida
la barca in mezzo alla tempesta. È questa una notazione che in prima
istanza deve essere chiara al pastore: nella relazione d’aiuto non
siamo, né saremo mai capaci di aiutare qualcuno da soli, etsi
deus non daretur. La nostra specificità
sta nel fatto che proviamo a tradurre e riformulare le ansie e gli
stati d’animo del nostro interlocutore in preghiera e riflessione;
mai in terapia, né ictanto meno in analisi. Questo non significa che
dovremo sempre trovare un versetto biblico che risponda per noi a
tutte le frasi pronunciate da un detenuto, o che quest’ultimo debba
ogni cinque minuti sentirsi da noi invitato a pregare o a studiare
insieme un passo della bibbia. Tutti i manuali potranno darci delle
indicazioni su come valutare ciò che abbiamo ascoltato. Come
qualsiasi counselor dovremo, dopo aver valutato, scegliere una rotta
possibile per far progredire il lavoro, ma dovremo fare tutto ciò
sapendo che il nostro ruolo è quello di cappellani» (5).
«Sai
Ciccio, negli ultimi giorni mi è capitato di trovarmi spesso a
pregare per ciò che sta succedendo in Palestina. Stavo con la Bibbia
in mano leggevo qualche passo, dopo aver acceso una candela, e
pregavo il Signore. Vorrei che oggi facessimo questo insieme”.
Avevo appena aperto la porta della sua cella, non mi ero ancora
seduto, che F. mi aveva già detto queste parole. F. era un detenuto
di origini nordafricane, nato e cresciuto in Francia, che prima di
entrare in carcere poco o nulla aveva avuto a che fare con la
religione. In prigione, dopo un lungo periodo di visite e
partecipazione ai culti, chiese all’équipe dei pastori della Santé
di essere battezzato. Credo che la preghiera abbia accompagnato in
maniera assai rilevante il suo percorso di fede dietro le sbarre» (6).
Può
capitare che il cappellano venga interpellato sulla preghiera, sul
come pregare; ebbene Sciotto dalla sua esperienza ci dice di
utilizzare il linguaggio comune dei detenuti e «soprattutto il
momento nel quale offriamo a Dio le nostre difficoltà ed i nostri
stati d’animo, perché egli se ne curi. È assolutamente importante
che il detenuto che ci chiede di pregare insieme a lui riconosca
nelle parole che offriamo al Signore le sue ansie, il suo
ringraziamento, la sua gioia, la sua lode, i suoi modi di dire» (7).
Per
ciò che riguarda il culto il pastore Sciotto racconta la sua
esperienza parigina:
«Alla
prigione della Santé il culto avveniva ogni quindici giorni, al
sabato, animato da uno o più dei quattro cappellani dell’équipe.
Dopo la lettura di un breve passo di un Salmo, o di un libro dei
profeti, e una breve preghiera, si leggeva un testo e cominciava una
discussione libera, introdotta dal pastore e da lui moderata. Tutti
potevano iscriversi al culto e intervenire e spesso il discorso
verteva su tematiche riguardanti la detenzione e la vita in carcere.
Dopo una mezz’ora, si chiudeva la celebrazione con un canto, o con
delle preghiere spontanee, o dicendo tutti insieme il “Padre
Nostro”. Il culto protestante è considerato dai detenuti della
Santè uno dei momenti di massima libertà della vita del carcere.
Tradizione vuole ormai che siano iscritti al culto protestante tanti
detenuti che si considerano “politici”: i baschi, ad esempio, i
corsi, i kurdi. È un momento in cui ci si può incontrare e
discutere e tutti i detenuti che pensano che manchino in detenzione
spazi di confronto si battono perché esso funzioni. Un detenuto di
origini nordafricane, che aveva scoperto che ero uno dei cappellani
protestanti del carcere, e che probabilmente poco sapeva di religione
e religioni, mi chiese un giorno: “tu sei il
cappellano protestante? Vieni dalla Corsica o dai paesi Baschi?”
Certamente non sapeva cosa fosse la Riforma. Credeva che i corsi ed i
baschi fossero tutti protestanti, perché aveva sentito che quasi
tutti i detenuti corsi e baschi venivano al culto protestante» (8)
Alla
prigione della Santé di Parigi veniva celebrato il culto di Santa
Cena che il pastore Sciotto ci descrive così: «Celebravamo la Santa
Cena due volte l’anno, a Pasqua ed a Natale. La celebrazione aveva
dunque una frequenza minima e coincideva con le feste. Questo ci dava
la possibilità di chiedere alla direzione del carcere, sempre
disponibilissima, di vivere insieme ad i detenuti un breve momento di
festeggiamento dopo il culto. In questi casi chiudevamo il culto con
la Cena e dopo ci fermavamo per una mezz’ora con i detenuti, per
mangiare qualcosa con loro, tutti insieme. Avevamo infatti anche la
possibilità, in queste occasioni, di portare qualche succo di frutta
e dolcetti o salatini. Niente di particolare, in fin dei conti. Ma
era un momento di festa, che potevamo passare in compagnia. Al culto
protestante erano iscritti anche parecchi detenuti islamici. È ovvio
che loro in primis non desiderassero partecipare alla Santa Cena: non
potevano bere il vino, che è una bevanda alcolica e capivano
benissimo, senza che ci fosse bisogno che qualcuno lo spiegasse loro
con un divieto, che stavamo celebrando qualcosa che non apparteneva
alla loro spiritualità. Ciò non vietava ad i musulmani di
partecipare alla nostra e loro festa» (9).
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.
(1) F. Sciotto, “Nel pozzo delle rane. Esperienze di cappellania
carceraria”, tesi in Teologia Pratica della Facoltà Valdese di
Roma, p. 9
(2) Ibidem p. 8
(3) Ibidem
p. 31
(4) Ibidem
p. 32
(5) Ibidem
p. 96
(6) Ibidem
p. 99
(7) Ibidem
(8) Ibidem
p. 102
(9) Ibidem
p. 105
giovedì 3 gennaio 2013
>>Intervista
al cappellano cattolico del carcere di Opera (MI)<<
(a cura
di Lidia Maggi, pastora battista Chiesa di Varese)
(9^ puntata)
"....Il
male ti segna. Il carcere ti consuma, psicologicamente e fisicamente.
Per sopravvivere devi sempre mantenere un certo distacco dal dolore
che quotidianamente ti assale. Rispetto alla mia esperienza,
all'inizio ho provato una profonda rabbia: mi chiedevo come si
potessero trattare così degli esseri umani ed ero convinto di poter
cambiare tutto. Poi c'è stata la sofferenza e, infine, ho avvertito
un senso di assurdità per come viene gestita la detenzione. Sembra
di stare in un asilo per adulti: privati di qualsiasi autonomia e
iniziativa, anche i carcerati finiscono per avere un atteggiamento
infantile. Durante una visita a Opera, Candido Cannavò rimase
colpito dal modo in cui i detenuti cercavano di richiamare la mia
attenzione. Disse che gli ricordavano i ragazzi dell'oratorio...." (Don Marcellino Brivio, già Cappellano della Casa di Reclusione di
Milano Opera).
Mi è stato
chiesto di aiutare chi legge a riflettere sulla preghiera in carcere.
Ne ho parlato con Marcellino Brivio, cappellano del carcere di Opera
(MI). Ne è nata una comunicazione intensa. Ho pensato di offrirne
alcuni frammenti in questa intervista (1).
E’ possibile pregare in carcere?
«Non so se
sia possibile, ma accade. Le persone in prigione pregano. E’ un
bisogno che nasce dal di dentro e dalla situazione carceraria stessa.
Il linguaggio della preghiera diventa paradossalmente quello con cui
il detenuto si relaziona con tutti coloro che non sono segregati. Mi
capita così di ricevere piccoli messaggi dove il verbo pregare è
sempre presente: don Marcellino, ti prego,
contatta il mio avvocato…ti prego, telefona a mia moglie… ho
bisogno di vederti: ti prego, passa da me.
Non va sottovalutato questo rapporto di assoluta dipendenza che rende
il detenuto particolarmente vulnerabile, quando si affronta il tema
della preghiera. Bisogna vigilare sul linguaggio della richiesta che
trasforma la preghiera in una formula di reverenza per ottenere da
chi è fuori alcuni favori. Il rischio più frequente è che la
persona imprigionata, nella preghiera, più che rivolgersi ad un Dio
d’amore si costruisce un’immagine di Dio dove si riproducono i
rapporti di potere sperimentati nella struttura del carcere. Nel
pregare ci si rivolge così ad un’entità più o meno definita ma
più potente e, dunque, da riverire per ottenere dei vantaggi».
Come si prega in prigione?
«Tanti
iniziano a pregare proprio in carcere. Io cerco di accompagnare
quest’educazione alla preghiera con la Bibbia e, in particolar
modo, con i salmi. Nei salmi il prigioniero si identifica con quel
pathos che porta il salmista a gridare, a ricercare soccorso e aiuto.
Le immagini di pericolo, evocate in queste preghiere, sono tradotte
nella vita di ognuno con esperienze concrete di difficoltà. Questo
favorisce l’identificazione con il testo. Il linguaggio dei salmi è
poi talmente umano da incoraggiare chi prega a non censurare le
parole, le emozioni. Si scopre così che il Dio biblico non si stanca
mai di ascoltare, anche quando si esprimono sentimenti inopportuni
come la collera, l’odio e la vendetta. Dio vuole entrare in dialogo
con ogni aspetto della nostra vita, non vuole occuparsi solo di cose
spirituali! Questo scopriamo nei salmi. Quando il detenuto arriva ad
intuire questa “libertà”, inizia davvero a gustare la Bibbia ed
esclama: qui si parla di me, questo sono io!»
Questo rapporto di identificazione col
testo, può talvolta diventare pericoloso: quando è importante
ristabilire la distanza con la narrazione biblica?
«I rischi
di appropriarsi indebitamente del testo biblico sono continuamente in
agguato. E’ facile leggere la storia della passione e trovare
detenuti che si identificano con Gesù. Immaginate i commenti di un
piccolo gruppo di detenuti che discute insieme i testi della
domenica, quando si affronta il processo a Gesù. Per ogni figura c’è
una trasposizione contemporanea: dal pubblico ministero all’imputato
all’avvocato di ufficio. Tuttavia, questo incontro diretto con il
testo è indispensabile per acquisire un rapporto personale con Dio.
E’ essenziale scoprire, capire che la Bibbia parla a te! I problemi
più seri nascono, invece, quando la preghiera non è mediata
dall’ascolto della Parola»
Quest’ultima è l’esperienza più
comune in carcere! Chi riscopre la preghiera lo fa attraverso forme
tradizionaliste: ritorna di moda il rosario, i santini, i vari
protettori… E non solo tra i detenuti, più spesso tra le guardie!
«E’
vero, le derive devozionalistiche sono frequenti. Il carcere non
aiuta il confronto in nessun ambito, tantomeno in quello della fede.
La prigione nega la vita comunitaria. Ognuno è lasciato a se stesso,
senza tuttavia rimanere solo davanti a Dio. La struttura del carcere
non permette una dimensione comune della preghiera, necessaria per
costruire comunione (ma è possibile la comunione in carcere?) e per
correggere distorsioni e superstizioni»
Come arrivano i detenuti a
riscoprire la preghiera?
«Alcuni
attraverso percorsi tradizionali, ascoltando radio Maria per esempio;
altri, spesso stranieri, hanno avuto contatti con pastori evangelici.
Da loro hanno acquisito una dinamica di “lettura pregata” della
Scrittura. In entrambi i casi la preghiera aiuta il detenuto a
reggere il carcere, a guardare positivamente una situazione di
disagio. Ristabilisce un certo equilibrio interiore, lo rasserena,
aiutandolo ad accettare la difficile realtà che si trova ad abitare»
Una preghiera che anestetizza il
dolore, dunque.
«Può
darsi. Il rischio di accettare troppo passivamente la struttura
carceraria è davvero concreto. Non è semplice capire quando aiutare
il detenuto a reagire e quando incoraggiarlo nelle fughe spirituali.
L’equilibrio è sempre fragile. Da una parte è solo accettando il
carcere che si può “sopravvivere” alla struttura; e dall’altra
bisogna vigilare perché quest’accettazione non sia troppo
tranquillizzante. Una canzone in voga dice: Siamo
nel tunnel, non possiamo uscire, almeno pitturiamolo!
Ecco, la preghiera può essere anche questo: il colore su un tunnel
grigio per aiutare a sopportare una situazione di evidente disagio.
Sì, perché il carcere è un luogo di disagio ed il detenuto dipende
totalmente dagli umori di chi si trova a gestirlo. E’ soggetto a
continue provocazioni, è separato dai suoi affetti ed in continua
ansia per chi ha lasciato all’esterno. Si sente impotente,
vulnerabile, inutile. Inoltre sperimenta l’ingiustizia proprio in
coloro che dovrebbero garantire la giustizia. La rabbia deve essere
repressa senza essere mai del tutto rimossa.
La
preghiera può effettivamente ridare un po’ di ossigeno non solo
consolando e ristabilendo la pace interiore ma anche attraverso la
pratica dell’intercessione. Pregare per i familiari fuori dal
carcere, affidarli a Dio, fa sentire i detenuti responsabili e attivi
verso i propri cari e li aiuta a vincere quel senso di impotenza che
continuamente vivono»
Qual è la forma di preghiera più
comune che ti capita di ascoltare?
«Insieme
alle preghiere di intercessione, le più gettonate sono quelle di
richiesta e di abbandono. Alcuni nella preghiera arrivano a
riconoscere il proprio sbaglio. La preghiera permette di fare un
lavoro introspettivo e di leggersi dentro. Mentre nel colloquio il
detenuto fatica ad ammettere il proprio errore (sono quasi tutti
innocenti, secondo quanto dichiarano), se si riesce ad arrivare alla
preghiera, se io riesco a pregare con la persona che mi parla, si
crea una particolare intimità che permette, tramite la preghiera, di
narrare la propria vita con meno filtri e con più realismo»
Ti capita di sentire di andare in
cortocircuito sul alcuni temi legati al pregare, quando ti trovi in
carcere?
«E’
un continuo cortocircuito, sono scosse senza salvavita! Prendiamo per
esempio il tema del linguaggio. Tutto da rivedere. Pochi giorni fa
come lettura domenicale del vangelo veniva proposto un testo che
chiamava al pentimento. Ho sentito tutte le ambiguità del
linguaggio, pensando al fenomeno del pentitismo. Ho provato a fare un
po’ di ironia dicendo:
“carissimi, oggi abbiamo tutti dovuto fare i pentiti!”
Il linguaggio della fede va rivisitato e necessita nuove parole per
annunciare la speranza evangelica in carcere»
Abbiamo affrontato il
problema di ridurre l’esperienza di fede a devozionalismo ripiegato
su dimensioni individualistiche. E’ possibile intravedere una
pratica di vita cristiana in carcere?
«Davvero
non è semplice. Qualche volta, tuttavia, capita di incontrare
persone che riescono ad emanare, pur nelle difficoltà della
struttura, una forza particolare. E’ una luce che ha poco spazio
per irradiarsi. Può tutt’al più contagiare qualche vicino di
reparto. Sono spesso persone che pregano spontaneamente, nel segreto
o nei colloqui. Credo che chi prende sul serio la preghiera impari a
guardare gli altri con più clemenza. Ho assistito al confronto tra
due detenuti sulla preghiera. Uno diceva all’altro: Preghi
per la tua famiglia e poi ti lamenti perché tua moglie non ti ha
mandato le cose che le hai chiesto! Ma credi che per lei la vita sia
facile? Perché preghi per lei, se poi non la capisci nelle sue
fatiche? Chi prega per gli altri impara ad
uscire fuori da una condizione tipica della situazione carceraria,
ovvero da quell’essere così concentrato su sé stesso e sui propri
bisogni da dimenticare di ascoltare gli altri»
Come è cambiata la
tua fede in carcere?
«Io
provengo da un’esperienza cristiana che ha messo al centro
l’impegno sociale, la condivisione, l’attenzione ai poveri… La
dimensione etica della fede è sempre stata molto forte nel mio modo
di sentire il vangelo. Il carcere mi ha aiutato a purificare la fede,
a non far coincidere il credere con le opere buone. E’ possibile
essere cristiani in carcere? Credere coincide con il comportarsi
bene? Sono proprio i detenuti a richiamarmi alla grazia di Dio,
quando confessano: pensa te, se non c’era il
Signore a risollevarmi…»
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(1) Intervista pubblicata su Gioventù Evangelica del gennaio 2006
sabato 29 dicembre 2012
>>
Il mondo cattolico entra in carcere<<
Sono
numerose le realtà cattoliche presenti nelle strutture carcerarie in
Italia. A partire dal cappellano cattolico e via via in carcere si alternano al
presenza di associazioni di volontariato cattoliche quali ad esempio
la Caritas, la San Vincenzo De Paoli ecc…
Qui di
seguito descriviamo il lavoro svolto dall’Associazione
Comunità Papa Giovanni XXIII, “associazione
internazionale di fedeli di diritto pontificio – Ente ecclesiastico
civilmente riconosciuto con D.P.R. 596/72” come si legge nella
carta intestata della stessa Comunità, fondata da don Oreste Benzi,
ora defunto.
Seguono anche alcune travagliate testimonianze di persone detenute che ne fanno parte.
Seguono anche alcune travagliate testimonianze di persone detenute che ne fanno parte.
Tale
associazione nel 2005 ha aperto la casa Madre
del Perdono che da anni «accoglie detenuti
comuni non tossicodipendenti, sviluppando un progetto educativo con
l’obiettivo di rimuovere le cause che rendono la persona propensa
ad atteggiamenti, sentimenti e atti criminosi.
Dal 2005 ad
oggi sono state accolte oltre 150 persone alle quali in varie forme e
gradi sono state offerte occasioni di cambiamento di vita che passano
soprattutto attraverso un cambio di mentalità. I problemi di
maggiore entità sono costituiti da episodi di fuga avvenuti da
persone prive di permesso di soggiorno. La nuova sede è stata
inaugurata l’11 luglio del 2008» (1).
Chi chiede
di entrare in questa struttura lo fa perché vuole cambiare vita e
prendere coscienza del grave reato commesso: esso viene aiutato ed
«accompagnato dalla speranza di poter ricominciare una vita diversa,
accettando di dover fare una cammino di riconciliazione con se stessi
e con la società intera. (…) Il percorso educativo elaborato dal
servizio carcere dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII si
differenzia da quello delle comunità terapeutiche per le
tossicodipendenze pur avendo molti aspetti in comune. L’elemento
forza del percorso è dato dalla gratuità
delle persone che vi operano, siano esse
operatori interni ma ancor più, grazie alla presenza di volontari
esterni che donano gratuitamente il loro tempo, con amore» (2).
All’interno
di questa comunità c’è anche un momento di formazione religiosa
dal punto di vista cattolico: «Momenti di conoscenza sui fondamenti
della religione Cattolica e attraverso essi capire cosa Dio dice (non
rubare, non uccidere,amare ecc.);a tal riguardo si svolgono serate di
catechismo dialogato,
di testimonianze di
fede vissuta (missionari, consacrati, sposi, handicappati,
ex-carcerati,prostitute ecc.). Se nella formazione si cerca di
comprendere cosa Dio dice, nei momenti di culto
e di preghiera si chiede
a Dio la forza e la grazia per vivere ciò
che Lui vuole. Tali momenti quotidiani e settimanali sono
strutturati.
La
formazione umana e quella religiosa ovviamente si amalgama in un
unico percorso educativo che necessita un’adesione alta e motivata,
pur rispettando a discrezione dei responsabili tempi e modi»(3).
«Nell’11 luglio 2008 all’inaugurazione della nuova sede – racconta Giorgio Pieri, responsabile del Servizio carcere - Emilia Romagna della Comunità - il Vescovo Francesco auspicò che la casa divenisse “L’Università del perdono”. Come spesso avviene nelle cose di Dio il progetto si sta svelando piano piano nella propria identità e strada facendo riconosce che quelle parole del vescovo Francesco esprimevano una profezia.
«Nell’11 luglio 2008 all’inaugurazione della nuova sede – racconta Giorgio Pieri, responsabile del Servizio carcere - Emilia Romagna della Comunità - il Vescovo Francesco auspicò che la casa divenisse “L’Università del perdono”. Come spesso avviene nelle cose di Dio il progetto si sta svelando piano piano nella propria identità e strada facendo riconosce che quelle parole del vescovo Francesco esprimevano una profezia.
Diceva don
Oreste: ”l’uomo non è il suo errore” e quando non si è
accecati dalla paura e dal giudizio, si scopre che in quell’uomo
che sbaglia c’è Gesù: ”ero in carcere e siete venuti a
visitarmi”.
Sempre più
la casa dovrà specializzarsi nell’approfondire la “pedagogia del
perdono” per tracciare poi sentieri di riconciliazione. Questa
esperienza può rivelarsi feconda specie se condivisa con il
territorio»(4).
Lo stesso
Pieri aggiunge: «“Stiamo tracciando il sentiero della
riconciliazione”, con questo pensiero di fondo ho camminato insieme
ai partecipanti del primo pellegrinaggio “Fuori le sbarre”. La
marcia è iniziata il 27 marzo 2010 alle ore 07.00. Eravamo una
quarantina. In questa occasione si è tentato di unire simbolicamente
chi sta dentro con chi sta fuori. All’interno del carcere con la
stessa traccia di preghiera i detenuti, con l’aiuto del cappellano,
del gruppo di volontari del rinnovamento dello spirito e di una
suora, hanno pregato nei nostri stessi orari. Particolarmente
significativa è stata l’adesione alla preghiera delle suore
carmelitane di Sogliano (RN), “recluse per amore” che hanno
aderito all’iniziativa».
Ed ecco le testimonianze raccolte durante il
pellegrinaggio “fuori dalle sbarre” raccolte dallo stesso
responsabile del Servizio carcere, Giorgio Pieri:
« (…)
Mario è il primo detenuto accolto della “Casa Madre del Perdono”
che con orgoglio ha letto una poesia che ricorda il suo malessere
vissuto nei venticinque anni di carcerazione, ma anche la scoperta di
un mondo nuovo grazie all’incontro con i disabili avvenuta nella
Comunità Papa Giovanni XXIII che l’ha accolto. In questa
occasione, Franco, Domenico, Giovanni raccontano la loro esperienza
di” recuperandi”.
Domenico
esordisce dicendo:”non ho mai camminato così tanto nella mia vita
e avendo alle spalle venti anni di carcere sono un po’ fuori
allenamento. Prima del resto correvo solo per scappare dai
carabinieri che mi volevano prendere”. Il suo racconto è stato
significativo e ne riporto testuali parole scritte: ”Inizialmente
il programma in comunità l’ho presi male, avrei voluto lavorare
per contribuire alle spese in famiglia rendendomi a loro utile; così
passai i primi tempi, e da li a poco mi resi conto che attorno a me
c’erano altri ragazzi che avevano alle spalle tante sofferenze,
nonostante la loro giovane età.Un giorno
parlando con uno di loro che vive nella casa da più di un anno,
capii tante cose che non avevo afferrato fino all’ora, perché
pensavo solo alla mie sofferenze, capendo l’importanza del
confronto, del condividere.
Ricordo un
esercizio d’ascolto a cui partecipai parlando, mentre gli altri in
silenzio mi ascoltavano: in una lunga ora per la prima volta
raccontai i miei problemi, le mie paure e, per la prima volta mi
sentii libero di piangere, libero nell’anima… non mi sentivo
giudicato.
Dopo solo
due mesi di semilibertà, con l’aiuto della casa, sono riuscito a
parlare con mia moglie nel profondo comunicandogli cose che non ero
riuscito nei venti anni di detenzione e nei cinque anni di permesso
premio.
Da quel
giorno vivo la comunità con il cuore aperto e sincero e anche la
preghiera mi ha aiutato:era molto che avevo abbandonato il rapporto
col Signore, ma qua mi sono ricreduto e lo sto vivendo con molto
sentimento. Proprio praticando la fede, per la prima volta ho preso
coscienza di quello che ho fatto: ho tolto la vita ad un altro essere
umano, questo non me lo potrò mai perdonare. Per la prima volta dopo
venti anni, ho pregato per l’anima della persona che ho ucciso,
vittima della mia cattiveria.
Da quando ho
cominciato a rivedere tutto su ciò che ho fatto, mi sento un peso
sullo stomaco che fa male, un male che non si può spiegare con delle
parole.
E’ come se
dentro di me si fosse creato un vuoto che non si può riempire con
niente e nessuno e chiedo perdono a Dio tutti i giorni ma penso di
non meritarlo: come può un peccatore come me avere tanto? Continuerò
nella mia preghiera a chiederlo sempre, con il cuore e con l’anima”.
A queste parole è seguito un profondo silenzio misto gioia».
«La
pastorale carceraria tende a coinvolgere la comunità cristiana in
un percorso di attenzione verso la realtà del carcere per sentirla
come parte integrante del cammino della Chiesa diocesana, nello
stesso tempo tende a far sentire il detenuto inserito pienamente
nella famiglia della chiesa locale attraverso iniziative e cammini di
fede che devono incarnare nella situazione la pastorale della
diocesi.
Il carcere
non è un isola, anzi, rappresenta quella realtà di chiesa che
soffre a causa del male, del peccato, e lì dove un membro soffre
tutto il corpo soffre.
Il cristiano
e le nostre comunità sono chiamate a guardare a questa realtà con
occhi diversi da chi giudica con il metro della giustizia umana
(spesso vendicativa e farisaica), ma con occhi di misericordia, ciò
non significa assolutamente addolcire il male o cercare di
giustificarlo, ma andare alle radici, per scoprire dove ha origine,
dov’è la fonte della malattia di cui spesso il condannato ne
rappresenta solo il sintomo».
Tutto ciò
sopraccitato è quanto si legge in un opuscoletto che presenta il
Centro diocesano di Pastorale Carceraria di
Napoli.
Tra le
persone preposte a guidare questo ufficio della Diocesi di Napoli c’è
suor Maria Lidia Schettino che si auto-presenta così:
«Oggi
l’argomento “carcere” trova nell’informazione più spazio che
in passato; non può passare nell’anonimato, specialmente per il
mondo cristiano-cattolico, per la Chiesa che vuole impegnarsi in
prima persona per risolvere il problema carcerario, secondo l’ottica
del Vangelo.
Dal
1979 opero come assistente volontaria in questa realtà umana tanto
particolare: ascolto le storie più varie, mi sono confidate ed
affidate situazioni di sofferenza che mai avrei immaginato potessero
albergare in cuore umano, ho potuto tante volte partecipare alla
ricerca interiore della verità da parte di chi, nella vita
quotidiana, mal gestendo la propria libertà, non aveva mai supposto
di essere portatore di valori umani e divini. Nel carcere, strano ma
vero, sento la presenza reale, concreta, sensibile di Gesù ed in
tante circostanze ho compreso, accanto ai detenuti, cosa significhi
pazientare nel soffrire, cosa sia alimentare la speranza del trionfo
dell’amore, come si possa condividere il poco che si ha con chi non
ha nulla. Attraverso le loro esperienze ho conosciuto il “baratro
del fango” e l’“altezza della libertà” e mi sono sentita
proiettata in una dimensione di vita sconvolgente.
La
mia presenza tra i detenuti è una presenza sofferta: il non poter
rispondere a certe situazioni drammatiche, il constatare alcune
ingiustizie evidenti, il notare, talvolta, una logica sbagliata, il
non riuscire a trovare la strada per far capire gli errori, danno
alla mia vita religiosa la dimensione della Croce.
Porto
con me, ogni giorno, tutto il loro dolore; sento il mio stesso corpo
appesantito dal peso dei drammi e della povertà di questi miei
fratelli che assumo nella preghiera e la cui amicizia traduco in
lode.
Da
molti anni mi è stato affidato il Padiglione “Roma” dei giovani
tossicodipendenti (ogni padiglione porta il nome di una città). La
maggior parte di loro non ha vissuto l’infanzia; per molti la vita
di fatiche e disagi ha avuto inizio intorno agli otto – nove anni;
il ricordo della tenerezza materna, per altri, è solo nostalgia.
Entro spesso nel loro ambiente di provenienza: sono famiglie molto
povere economicamente e culturalmente. Mi accorgo come donna e come
religiosa che il mio affetto sincero nei loro riguardi, le mie
attenzioni per le loro necessità li inteneriscono; riscoprono la
vita, vogliono parlarne, esprimono i loro desideri, le loro attese ma
sempre nel timore di restare ancora soli, di essere ulteriormente
delusi.
L’uomo
in situazione di detenzione, nella maggior parte dei casi, è in
situazione d’invocazione; anche inconsapevolmente il suo animo
invoca il Regno di Dio, l’avvento dell’Amore, della giustizia e
della pace, che identifica con una vita familiare serena. Ho scoperto
che quelli che rifiutano Dio, non sono sempre gli orgogliosi e i
superbi, ma spesso uomini sinceri che negano tale esistenza per sete
e fame di giustizia: il più delle volte è la consapevolezza di
essere vittima dell’ingiustizia e della solitudine a spingere i
poveri e i miseri alla violenza o all’autodistruzione, attraverso
il suicidio e la droga.
Il
mio compito, accanto a questi fratelli che hanno soffocato, talvolta,
con i reati più vari, la loro nostalgia di bene e di vero, è di
offrire una mano tesa e un’amicizia vera; quelli che chiedono di
parlarmi, anche se hanno ormai lucidamente macerato nella propria
coscienza tutto l’abisso del male, mi possono avvicinare. Essi
sanno…che vado per offrire loro la mia fede, la mia certezza che la
Parola di Dio fa nuove tutte le cose, che anche dall’esperienza del
peccato e della morte può nascere l’uomo nuovo, perché “ogni
delitto commesso dall’uomo è punto di partenza dell’azione
riabilitante di Dio” (Card. Martini).
Sono convinta che l’Avvento del Regno ha bisogno della passione degli amici di Gesù, e i fratelli detenuti, inconsapevolmente, aumentano questa mia passione, mi fanno dono della loro sofferenza che alimenta la fiamma della mia preghiera e garantisce la “vita” della mia adorazione.
Ogni
giorno, durante la celebrazione eucaristica, c’è un momento
culmine per me: nella Consacrazione, quando il sacerdote innalza il
calice, il mio cuore grida: “Tutto…e Tutti!”. E’ un’offerta,
è una supplica, è il desiderio che quel sangue porti a compimento –
oggi – la salvezza per ogni uomo ed in particolare per i fratelli
che incontro là, dove il bisogno di salvezza è più urgente: il
carcere. Mi sembra che in quel momento, nel calice, siamo tutti
uniti: in Cristo siamo ricondotti al Padre.
E
già si compie la preghiera: Venga il tuo Regno»(5).
Suor
Maria Lidia, 74 anni, in origine era una professoressa che ha
lasciato la scuola superiore per consacrasi, nel 1965, nella
congregazione delle “suore d’Ivrea”. Entra in carcere per
sostituire una suora già preposta a quel luogo. E ci rimane,
cambiandone tre: prima Pozzuoli, poi Secondigliano ed infine quello
di Poggioreale. A tutt’oggi ogni giorno deve affrontare le
difficoltà quotidiane dovute anche alle proporzioni del carcere dove
presta la sua opera di conforto ai detenuti vale a dire la struttura
di Poggioreale: per gli oltre duemila detenuti ci sono già quattro
cappellani che fanno con difficoltà il loro lavoro.
«Un
ergastolano mi ha detto: “dovete farla ogni otto giorni la Messa,
perché quando entro nella cella e sto solo per tante ore rielaboro
tutte le cose che ho sentito e non sapete che colloquio ho con Gesù
Cristo!” C’è da credergli»(6).
Suor
Maria Lidia ha anche curato un libro, oramai fuori catalogo ed
introvabile, dal titolo “Nostalgia d’innocenza” (Edizioni
Dehoniane di Bologna) dove sono raccolte le centinaia di lettere che
la suora ha ricevuto negli anni di attività carceraria: «coloro che
avranno la bontà e la pazienza di leggere queste lettere come se
fossero scritti di un proprio “caro” vivranno l’ebbrezza di un
percorso che, dai meandri di un’esistenza confusa, conduce verso
una luminosa e solare scoperta: la fiducia nella vita, la fede
ritrovata, la rinnovata capacità di essere onesti. Il goderne
diviene forza ed entusiasmo anche per noi che, fuori dalla realtà
carcere, crediamo di possedere il monopolio di ogni valore umano»(7). Le pagine scritte da suor Maria Lidia sono «intrise di desideri e
speranze, dolore e amore, sogni e realtà, che rivelano come nulla
possa cancellare la dignità dell’essere umano e la creatività del
suo cuore. In ambiente così negativo e ostile quale il carcere oggi,
è possibile riscoprire sentimenti come la sincera ricerca del vero
senso della vita, della famiglia, l’amicizia, il bisogno di Dio, di
donarsi agli altri.
Le
lettere inviate a suor Lidia da quel luogo di fango e bellezza si
offrono anche quale stimolo e provocazione rivolti all’azione
pastorale della Chiesa, esplicitamente chiamata dal suo Signore ad
“annunciare ai prigionieri la liberazione”»(8).
Nel
libro le lettere sono state divise per settori, tra cui quello
denominato “Introspezione: i bisogni immateriali” e quello
denominato “Spiritualità: l’esperienza religiosa”. Da questi
due capitoletti ne abbiamo estratti alcuni brani che proponiamo qui
di seguito.
«Il
mio sogno è di ritornare ad essere una persona normale… come ce ne
sono tante… Ma anche se fallirò, il mio sogno e la mia speranza è
e rimane solo questo» scrive Gerardo (9).
E noi non sappiamo poi se poi Gerardo è ritornato ad essere una
persona normale come era nei suoi sogni di detenuto.
Ma
c’è anche Andrea che scrive a suor Lidia dicendole « (…) Vorrei
partire dall’esperienza personale, perché la vita è una serie di
scelte e decisioni personali e la responsabilità individuale non può
essere delegata ad altri, come non è possibile che altri debbano
ricercare la soluzione dei nostri problemi. Ogni uomo può scegliere
il male o il bene, che sono dentro ognuno di noi. Evidentemente,
quanto più chiaramente osserviamo la realtà, tanto più saremo
capaci di affrontare le difficoltà e le insidie della vita. (…)»(10).
E
Mimmo scrive sempre a suor Lidia queste parole: « (…) Il Dio nel
quale io credo è un Dio interiore, che è in me e che può palesarsi
solo nel mio animo, se la mia condotta è degna. Il Dio dei cieli
come ricompensa, a mio parere, non è altro che un anticipo di
serenità vissuta in un animo puro. Io vedo il Dio terreno nell’uomo
degno, intelligente, buono, sincero, che, in mancanza di una prova
più certa, è ben degno di rappresentare il vero Dio. Forse ho fatto
un po’ di confusione, ma la prego di considerare il mio stato
d’animo. (…)»(11).
E
lo stesso Mimmo in un'altra lettera inviata sempre a suor Lidia sul
fatto che discutere su Dio sarebbe bello scrive: «(…) Fermarsi a
discutere su Dio sarebbe bello, ma comporterebbe il danno di trovarsi
troppo indietro. Sono delle scuse e mi vergogno di formulare questi
pensieri, ma che cosa devo fare? Tu sai che nessuno più di me
avrebbe il diritto di credere in Dio. A me hanno insegnato che
bisogna rispettare chi ci aiuta materialmente, chi ci può aiutare in
maniera tangibile. Adesso che sono più cosciente, vorrei
abbandonarmi meno a questa teoria del baratto. Però la situazione e
la mia pena non lasciano spazio al misticismo e la mia stessa cultura
non è che fredda ed esteriore. A chi non piacerebbe cullarsi nella
speranza di un Dio giusto e buono? Ammetterai che ci vuole molto
coraggio a credere in una pace futura, mentre si soffre nel presente.
Allora, ormai non è un mistero, pensa di me, che sono un uomo di
scarso coraggio, ma non privo di fede. Ricordi san Pietro? Nemmeno
lui credeva di poter camminare sull’acqua. Dunque, se dubitava un
uomo così buono, posso essere perdonato io, omino fino a ieri
cattivo e incivile? (…)»(12).
Scrive
Riccardo il suo ringraziamento alla suora dei miracoli, ovvero sempre
suor Lidia, dicendo: «(…) Grazie per avermi fatto da Mosé,
continuerò il cammino che ho intrapreso, grazie alla piccola suora
dei miracoli. Voi siete una persona veramente speciale e sono
orgogliosa di avervi conosciuto. Ringrazio la polizia che mi ha
arrestato, il giudice che mi ha giudicato, sono sicuro che hanno
fatto parte del disegno di Dio, per darmi in questo modo la
possibilità di capire quanto era vuota la mia vita, quanto facevo
soffrire i miei figli, mia moglie, chi mi vuol bene. Ringrazio
costoro poiché nel carcere ho conosciuto suor Lidia e, tramite voi,
il bisogno di cercare e di trovare Dio: adesso sono sereno, so che
dentro di me è scattato un interruttore che non si staccherà più.
(…)»(13)..
Scrive
invece Vincenzo: «Io non so chi sono, mi dico maledetto e mi
professo ateo. Non per questo ho rifiutato i tanti amici che la
Chiesa mi ha regalato…
Ultima in
ordine di tempo, la dinamica suor Lidia, persona vera come poche, che
ho incontrato durante il viaggio sul treno della vita. “Cristo
reclinò il capo con l’ultimo sguardo rivolto al mondo, dall’alto
di una croce”»(14).
Scrive
Adriano: « (…) Non ho mai dubitato che Dio fosse vicino a me anche
se non prego più, la sua presenza è costante al mio fianco, lo vedo
tutti i giorni, vedo la magnificenza del Creato. Ho fede che il mio
domani sarà più radioso del presente (…)»(15).
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1 Opuscolo della Comunità
2 Ibidem
3 Ibidem
4 Dalla lettera che Giorgio Pieri ha scritto ai parroci.
6 “Volontariato: Poggioreale, cercando Dio tra le mura del carcere”
in Avvenire del 20 luglio 2005
7 Dall’Introduzione del libro di suor Maria Lidia Schettino
“Nostalgia d’innocenza” , edizioni Dehoniane Bologna 2005
8 Dalla scheda di presentazione dell’Ufficio Stampa delle edizioni
Dehoniane di Bologna
9 A cura di suor Maria Lidia Schettino “Nostalgia d’innocenza”
edizioni Dehoniane Bologna 2005
10 Ibidem p. 246
11 Ibidem p. 248-249
12 Ibidem p. 258
13 Ibidem p. 265-266
14 Ibidem p. 279-280
15 Ibidem p 304
domenica 23 dicembre 2012
>> L'islam entra in carcere <<
(7^ puntata)
>> Intervista a Mohammed Khalid Rhazzali <<
«”Una
piccola moschea è regolarmente allestita presso la Casa
circondariale di Prato, una sala di cultura islamica esiste a Ferrara
ed un’apposita saletta per la preghiera è prevista a San
Gimignano” informa il ministero della Giustizia. Valvole di sfogo
spirituale di questo genere sono utili in tutte le carceri. E forse
sarebbe meglio avere, al fianco dei 250 cappellani cristiani, degli
imam ufficiali, preparati e moderati» (1).
Tutto ciò
riportato tra virgolette qui sopra sarebbe necessario perché in
effetti, secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria, al 31 gennaio 2009 i detenuti musulmani presenti nelle
carceri italiane erano 9 mila 006 contro gli 8 mila 382 degli
appartenenti ad altra religione e sul totale di 21 mila 891 detenuti
stranieri. Vale a dire oltre il 40% del numero totale dei detenuti in
Italia è musulmano.
Mohammed
Khalid Rhazzali, dottore di ricerca in Sociologia dei processi
comunicativi e interculturali presso l’Università di Padova nonché
professore a contratto di Sociologia dei diritti umani presso la
stessa università e docteur de recherche en Sociologie presso
l’Ecole de Hautes Etudes en Science Sociale di Parigi, ha appena
concluso una ricerca che è divenuta un libro (Franco Angeli editore)
dal significativo titolo “L’Islam in carcere”. Con lui abbiamo
fatto questa lunga chiacchierata-intervista proprio sulla realtà dei
detenuti musulmani nelle carceri italiane.
Rhazzali,
non tutte le carceri accettano l'imam all'interno della struttura,
alcuni direttori hanno difficoltà a vedere quale, dal punto di vista
formale e giuridico, dei tanti imam delle tante correnti islamiche
dovrebbero fare entrare. Lei ha notato questa prima difficoltà?
«C’è un
vuoto regolamentare, che però non è un vero vuoto perchè il
principio dell'assistenza religiosa e spirituale c'è e vale per
tutti.
Il problema
va rinviato al rapporto tra tutte le comunità islamiche e
l’amministrazione pubblica: per dirla in breve, sono vent’anni
che i musulmani aspettano l'intesa tra lo Stato e le organizzazioni
islamiche d’Italia. Anche se da una parte c'è una certa maturità,
dall'altra parte tutto viene lasciato alle sensibilità dei singoli
attori che operano in un territorio nazionale caratterizzato ormai da
una certa differenziazione del welfare, dei diritti sociali, che però
potrebbe risultare alla lunga rischiosa. Dunque se siamo ad esempio
in Emilia Romagna, in Piemonte o anche in alcune parti della mia
Regione, il Veneto, può darsi che si verifichino spontaneamente e in
coerenza con certe tradizioni welfaristiche locali sensibilità e
collaborazioni tra gli istituti penitenziari e il territorio
circostante al di là dei formalismi»
Dipende
allora da direttore e direttore?
«Esattamente,
e dipende anche dalla collaborazione dei musulmani che sono in quella
determinata struttura carceraria. Dipende anche dall’esistenza di
un’associazione islamica o moschea in prossimità del carcere o
nella città più vicina. Dipende dalla risorsa umana e materiale che
tale associazione ha a disposizione da destinare al tema carcere.
Trattandosi comunque di associazioni no
profit, di volontari:
bisogna vedere dunque se hanno le forze per occuparsi anche dei
detenuti. Dipende dalla rete di relazioni che hanno sviluppato con le
istituzioni e le associazioni laiche e religiose che lavorano
all’interno del carcere».
In
carcere c'è il cappellano cattolico che opera nella piena
ufficialità. Come viene visto dal musulmano?
«Dipende
dalla sensibilità del singolo cappellano. Però in linea generale il
cappellano è ritenuto come uno degli operatori del carcere e quindi
come una risorsa ulteriore anche per i musulmani. La cappella per
alcuni (pochi), è un luogo di preghiera interconfessionale. Altri
potrebbero meno sinceri e la frequentano per avere in cambio qualche
aiuto».
Molto
spesso si nota che il mondo cattolico tende ad inglobare, a voler in
qualche maniera convertire. Certi atteggiamenti similmente le fa
anche un certo tipo di fondamentalismo islamico? Lei ha trovato certe
situazioni nelle carceri?
«Premesso
che la tendenza a convertire le persone risulta in qualche modo come
caratteristica di quasi tutte le religioni e non dei loro
fondamentalismi. Le religioni spiegano le loro ragioni alle persone e
se qualcuno si convince può aderire liberamente. Quindi non dobbiamo
preoccuparci se qualcuno tenta di convertire qualcun altro. Caso mai
occorre lavorare perché questo accada alla luce del sole e che le
persone siano messe nelle condizioni di professare liberamente i
propri culti e di convertirsi anche in altre direzioni nel corso
della vita. E quindi è una faccenda paradossalmente tutt’altro che
privata e deve essere discussa, decisa, elaborata pubblicamente.
Perciò ritorna la rilevanza dell’intesa tra lo Stato e le
confessioni religiose che stabilisce per legge funzioni e
responsabilità. Il caso islam da questo punto di vista diventa
un’urgenza a cui dare risposte nell’immediato. Ecco che quando
parliamo del carcere siamo dinanzi a una delle istituzioni che fa i
conti quotidianamente anche con la gestione religiosa dei musulmani.
E il non prestare attenzione a questo aspetto rischia sì di essere
un elemento su cui inventarsi un fondamentalismo islamico specifico
delle carceri europei, una specie di “religione degli oppressi”
che si occupa dell’assistenza religiosa. Nel caso specifico del
nostra pianeta carcere in Italia, a parte quei sorvegliati speciali
legati al terrorismo che uno un regime a parte, non è emerso
dall’indagine che ho condotto gruppi cosiddetti fondamentalisti che
si trovano lì con l’obiettivo di convertire delle persone in
qualche ideologia islamista. Più meno si tratta spesso di detenuti
che hanno commesso reati comuni con pene medie di due o tre anni e
che si rivolgono alla religione cercando qualche risorsa: passatempo,
qualche effetto terapeutico, contro l’avvilimento e lo
smarrimento,… Ho trovato qualche gruppo che si aut-organizza
attorno a questa tematica. Sono riuscito anche a intervistare un
autoproclamato imam e più di qualche detenuto molto ingaggiato in
questo senso, ma tutte le volte si tratta di persone slegate da
qualche movimento, ideologia,… La cosa che colpisce è la
conversione o ri-conversione spontanea dei giovani che si definiscono
comunque musulmani senza però un accompagnamento di nessuno. C’era
di qua e di là qualche convertito italiano (in un caso era romeno) e
non mi sono occupato di tale tema che dovrebbe essere studiato a
parte, ma in generale
convinti
impegnati e semplici osservanti o convertiti si trovano a fare
bricolage religioso per sopravvivere…».
Trova che
anche nel carcere sia cambiato l'atteggiamento che c'era prima
dell'undici settembre 2001 (cioè dell’attentato alle Torri Gemelle
a New York) e quello di adesso?
«A questo
proposito mi sono fatto raccontare dagli operatori carcerari: ebbene
tutti quanti sono consapevoli che è successo qualche cosa dopo
quella data, qualche cosa che ha cancellato anni di dialogo, ad
esempio, interreligioso tra cristiani e musulmani, è come se si
fossero azzerati tutti i rapporti positivi che c'erano tra istituti
penitenziari e associazioni islamiche.
I linguaggi
sono cambiati rispetto a prima e non c’erano le categorie del
post-undici settembre 2001 che hanno influenzato negativamente
qualsiasi politica che miri a valorizzare il dato religioso
musulmano. Era quindi più facile che i musulmani e gli altri si
confrontassero sull'opportunità dell'assistenza spirituale o
religiosa in carcere, vista anche in tutta la sua efficacia
riabilitativa.
Ho
interpellato anche degli imam circa la loro attività nelle carceri.
È emersa però una figura di imam specifica del contesto europeo che
si configura su di versi campi del sociale. L'assistenza religiosa,
anche in altre istituzioni (ospedale, caserme,..), e altre funzioni
tipiche del sociale (mediazione istituzionale e di prossimità)
risultano essere sempre di più campi in cui l’imam si trova
coinvolto, ma non si potrebbero collocare in qualche tradizione
teologica islamica. Tuttavia, e il caso ce lo dimostra, la tradizione
teologica islamica si trova in coerenza con i propri principi che le
permettono, mediante il concetto di al-Ijtihad
al-‘Aqli (lo sforzo intellettuale), di
rivedere in continuazione il suo rapporto con il presente e il
futuro. Da questo punto di vista l'islam è molto flessibile ed è
capace di “inventarsi” degli istituti legati ai tempi ed ai
territori in quei i fedeli si trovano».
Come vive
il detenuto islamico la propria condanna? Con pentimento e
contrizione? Come un macigno nella coscienza? Viene anche escluso
dalla comunità islamica?
«I
musulmani si comportano ovviamente come tutti gli altri detenuti. I
musulmani in quel contesto devono fare anche loro i conti con la loro
identità di detenuto. Musulmano e detenuto può risultare una
combinazione positiva al fine del proprio recupero, sia per sé che
per la collettività. Questo però dipende da quello che si dice e si
pensa, da una parte, sulla prigione e dall’altra, sui musulmani. E
qui non è escluso nessun attore sulla scena pubblica. Anche le
organizzazione islamiche sono responsabili, un po’ perché mancano
le cornici istituzionali e i finanziamenti e un po’ perché la
condanna sociale potrebbe essere interpretata come divina e, quindi,
da questo punto di vista ha poco da fare la comunità islamica.
Invece del pentimento, che emerge con forza dai racconti di giovani
detenuti e che a volte si combina con una strana relazione con il
Maktub (il destino),
ci potrebbe essere del risentimento che a seconda di chi ci si trova
davanti, spingerebbe alcuni a sviluppare discorsi che la fanno facile
e identifichino nella propria condanna il loro perseguimento in
quanto musulmani.
Tuttavia, il
carcere si configura come un “mondo parallelo”, un “mondo in
miniatura”, gli stessi dibattiti che si fanno fuori si riproducono
nel carcere. Il carcere però ci insegna che tutte le dinamiche
sociali si portano all'esasperazione. Alla stessa maniera di come si
vive fuori, anche lì si comunica, si vive e ci si trova attraverso
la tv (i detenuti guardano moltissima tv) dentro i medesimi processi,
però i carcerati sono ovviamente più condizionati nel loro modo di
interpretare, di elaborare, e rischiano dinanzi a delle chiusure di
perdere tale capacità che li serve anche per uscire e per
riscattarsi. Questo succede normalmente con tutti. E in cosa sono
diversi allora i musulmani rispetto agli altri? La domanda è
retorica. La religione per tutti può essere una risorsa dentro il
carcere, una risorsa a cui attingere per resistere contro gli assalti
dell’istituzione totale. Tuttavia, si può osservare presso i
musulmani una certa specificità per ciò che riguarda la dimensione
della religiosità; che potrebbero sembrare più inclini alla
religiosità o più attaccati alla tradizione religiosa, ma questo
risulta dalla letteratura in questione come l’esito di politiche
identitarie che hanno costringono chi non ha strumenti conoscitivi,
chi non ha potere politico, a ridurre, a schiacciare, la complessità
del rapporto con la propria identità, o le proprie identità, sul
versante religioso. Insomma, ai musulmani, migranti o non, di vecchia
e nuova generazione, carcerati o non, è stato detto negli ultimi
vent’anni che la vostra identità di musulmani è poco integrabile
con il resto delle dimensioni della vita sociale, culturale e
politica. Da queste retoriche è scaturita una violenza, sostenuta
anche da alcune forze politiche, che rischia di convincere i
musulmani di adattarsi al proprio stereotipo, ad arroccarsi, ad
essenzializzare la loro esperienza religiosa».
Che siano
musulmani o meno, può essere che i detenuti siano depressi e che
magari possano esserci dei suicidi. C’è una richiesta verso
l’esterno di aiuto e di ricerca di spiritualità per, in qualche
modo, redimersi e riscattarsi?
«Sì, il
tema dei suicidi ha dimostrato che tale fenomeno non risparmia
nessuno. Gli ultimi dati presentano uno scenario in cui si muore
interculturamente di carcere: ricorrono al suicidio musulmani e
cristiani, tunisini e romeni, nigeriani e italiani. Vi è già
un’ampia letteratura che insiste su un intreccio di fattori
(sovraffollamento, maltrattamento) esterni e la correlazione tra
questi e l’aumento del tasso di suicidio. In questa prospettiva,
risulta arduo parlare per ragioni legate alla nostra storia politica
laica di spiritualità o di religione come soluzione o strumento che
possa attenuare tale fenomeno. Questa in parte è stata la mia
premessa nel mio studio, cioè rimettere in discussione la rilevanza
o irrilevanza del religioso nel contesto carcerario e nella
contemporaneità in generale. I carcerati esprimono con forza questo
bisogno (religioso) e se questo per alcuni può risultare regredivo,
ciò va analizzato e preso sul serio.
Quali
sono le problematiche generali che sentono di più i musulmani nel
carcere? E’ proprio solo la religione, la preghiera, la moschea
oppure il permesso di soggiorno, il procurarsi il cibo o trovare
lavoro quando usciranno da quella struttura?
«Bisogna
distinguere. Ci sono i musulmani italiani, incluse anche le seconde
generazioni che non si trovano ad avere i problemi legati al permesso
di soggiorno. Poi c’è l’islam migrante che deve fare in conti
con le dinamiche migratorie, le leggi e la condizione giuridica in
cui si trovano. I musulmani, da questo punto di vista, hanno gli
stessi problemi di un altro straniero: l’espulsione o la
clandestinità dopo la conclusione della pena.
Altra cosa è
invece l’istituto penitenziario, che ha una sfida da affrontare
legata al futuro della società italiana e quindi anche alla
pluralità culturale e religiosa presente in tutte le sfere pubbliche
di questa società. Quindi non bisogna lasciare da soli gli istituti
di pena a gestire la complessità da un punto di vista discrezionale.
Questa sfida è un tema di grande attualità sempre all’ordine del
giorno dove le istituzioni hanno sempre bisogno di modelli operativi
e di una legislazione chiara. Faccio l’esempio del dare o meno da
mangiare la carne halal (dove cioè l’animale è stato macellato
secondo le norme della legge islamica): la carne halal non viene data
o viene data a seconda delle diete ed a seconda delle risorse che si
hanno all’interno della singola struttura penitenziaria. E’ ovvio
che gli istituti sono interessati in linea di principio a queste
tematiche perché sono interessati a mantenere l’ordine dentro il
carcere e non. Ma questi dibattiti devono essere svolti altrove, non
ci può essere una negoziazione a livello locale, anche se in realtà
ogni carcere rispetta le leggi e i regolamenti e tutti risultano
essere in linea con i principi costituzionali.
Ci sono
delle buonissime pratiche nelle carceri ma il problema è: la
politica cosa sta facendo per i problemi del carcere? Non si può
demandare tutto alla sensibilità o meno del singolo direttore.
Diciamo che non c’è chiarezza e non ci sono modelli operativi. Dal
punto di vista del rispetto della religione nel carcere la maggior
parte dei musulmani praticanti dicono che ci sono delle buone
pratiche e c’è il rispetto, anche da parte delle guardie».
(1) F. Biloslavo, “Dagli
imam fai-da-te proselitismo in carcere, boom conversioni ...
all'islam” in
http://hurricane_53.ilcannocchiale.it/2010/05/28/dagli_imam_faidate_proselitism.html
domenica 16 dicembre 2012
>>
L’Islam entra in carcere<<
(6^ puntata)
E’
alquanto curioso che «in carcere c'è la cappella cattolica ma non
c'è la moschea, in una
situazione dove il 35% della popolazione detenuta è di religione
musulmana» (1).
Se per i cattolici l’ordinamento penitenziario prevede la cappellania e quindi la figura del cappellano del carcere, ci può essere invece qualche difficoltà per chi crede in un altro Dio come, ad esempio, i musulmani. Le difficoltà le hanno proprio gli imam islamici ad incontrare i detenuti appartenenti alla fede di Allah: «al momento entrano solo negli Istituti di Firenze, Secondigliano, Brescia, Milano, Roma Rebibbia e Roma Regina Coeli»(2).
Se per i cattolici l’ordinamento penitenziario prevede la cappellania e quindi la figura del cappellano del carcere, ci può essere invece qualche difficoltà per chi crede in un altro Dio come, ad esempio, i musulmani. Le difficoltà le hanno proprio gli imam islamici ad incontrare i detenuti appartenenti alla fede di Allah: «al momento entrano solo negli Istituti di Firenze, Secondigliano, Brescia, Milano, Roma Rebibbia e Roma Regina Coeli»(2).
Invece
a Torino i musulmani hanno delle difficoltà ad entrare per
l’assistenza carceraria. «Con i musulmani le cose si complicano un
po’ - spiegava l'allora direttore della struttura Pietro Buffa - perché
potremmo avere dei problemi nel riconoscimento dell’ imam. In ogni
caso basta che facciano richiesta di entrare come assistenti
volontari ai sensi dell'articolo 17 dell’ordinamento penitenziario
e sarà il Dap a provvedere al loro riconoscimento»(3).
Eppure
al carcere Lorusso e Cotugno, conosciuto da tutti come «Le
Vallette», possono entrare senza problemi sia i buddhisti di una
particolare comunità che i preti ortodossi. Anche se l'articolo 36
dell'ordinamento penitenziario parla chiaro: i detenuti di credo diverso dal cattolicesimo hanno il «diritto di ricevere, su loro
richiesta, l'assistenza dei ministri del proprio culto e di
celebrarne i riti».
Ci
deve però essere una soluzione. Soluzione che è stata trovata dal
Dipartimento amministrativo penitenziario con una circolare del 1997
che «stabiliva con il Ministero dell’interno una procedura che
prevede l’individuazione da parte della direzione dell’istituto
del ministro di culto, la comunicazione delle sue generalità
all’Ufficio Centrale Detenuti e Trattamento, l’acquisizione dal
Ministero dell’interno del parere di rito per rilasciare
l’autorizzazione all’accesso»(4). Circolare
poi confermata da quella del 2002 che chiedeva inoltre di
«specificare anche la moschea o la comunità di appartenenza
dell’imam e di comunicare alla Direzione Generale i nominativi di
tutti i rappresentanti di fede islamica autorizzati all’ingresso
nelle carceri, anche ai sensi dell’art.17 dell'ordinamento
penitenziario»(5)
Nel
carcere di Bollate la direttrice Lucia Castellano dice: «in ogni
reparto abbiamo moschee attrezzate di tappetini e corani, e
rispettiamo il ramadan e la festa del sacrificio. Al momento nessun
detenuto ha mai chiesto l'ingresso di qualcuno di esterno
e a fare da imam è uno di loro»(6)
«Spiega il direttore della Casa Circondariale di Verona, Salvatore Erminio: “I ministri di culto vengono indicati dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, alcuni entrano e altri no”. L'istituto veronese in passato ha ospitato un rappresentante buddista, ed entrano senza problemi sia dei Testimoni di Geova che un prete greco ortodosso e uno rumeno. Continua il direttore: “i preti ortodossi hanno magari difficoltà nell'utilizzo della Chiesa visto che i loro riti sono diversi, ma possono svolgere attività di intercultura e incontrare i detenuti in colloquio. Da quando sono io il direttore – ossia da almeno sei anni - non ho ricordi che sia invece mai entrato nessun ministro di culto musulmano”. A questo proposito il portavoce del consiglio islamico di Verona, Mohsen Khochtali dichiara: “Nel 2007 abbiamo fatto richiesta per entrare in occasione di grandi festività o per dei colloqui, ma l'esito è stato negativo. Per noi sarebbe importante parlare con chi è dentro per incoraggiarlo a cambiare vita, a non sognare e cercare di trovare un lavoro onesto una volta fuori”»(7).
Nel carcere di Verona, dove circa il 70 per cento di detenuti è straniero, il cappellano cattolico don Maurizio dice: «la convivenza tra le varie religioni è buona, vengono a messa un po' tutti e persino qualche musulmano non si nega questa possibilità»(8), mentre però la maggior parte dei musulmani prega nelle proprie celle o nei corridoi: in occasioni particolari come il mese di ramadam viene messa a loro disposizione la palestra. Lo stesso cappellano dice anche che «Algerini e marocchini sono più convinti, scrivono in arabo e leggono il Corano. Indossano le loro tuniche ma solo per pregare nelle celle. Se qualcuno chiede di conoscere meglio il Cristianesimo potrebbe però essere guardato con sospetto dai più fanatici»(9)
«Spiega il direttore della Casa Circondariale di Verona, Salvatore Erminio: “I ministri di culto vengono indicati dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, alcuni entrano e altri no”. L'istituto veronese in passato ha ospitato un rappresentante buddista, ed entrano senza problemi sia dei Testimoni di Geova che un prete greco ortodosso e uno rumeno. Continua il direttore: “i preti ortodossi hanno magari difficoltà nell'utilizzo della Chiesa visto che i loro riti sono diversi, ma possono svolgere attività di intercultura e incontrare i detenuti in colloquio. Da quando sono io il direttore – ossia da almeno sei anni - non ho ricordi che sia invece mai entrato nessun ministro di culto musulmano”. A questo proposito il portavoce del consiglio islamico di Verona, Mohsen Khochtali dichiara: “Nel 2007 abbiamo fatto richiesta per entrare in occasione di grandi festività o per dei colloqui, ma l'esito è stato negativo. Per noi sarebbe importante parlare con chi è dentro per incoraggiarlo a cambiare vita, a non sognare e cercare di trovare un lavoro onesto una volta fuori”»(7).
Nel carcere di Verona, dove circa il 70 per cento di detenuti è straniero, il cappellano cattolico don Maurizio dice: «la convivenza tra le varie religioni è buona, vengono a messa un po' tutti e persino qualche musulmano non si nega questa possibilità»(8), mentre però la maggior parte dei musulmani prega nelle proprie celle o nei corridoi: in occasioni particolari come il mese di ramadam viene messa a loro disposizione la palestra. Lo stesso cappellano dice anche che «Algerini e marocchini sono più convinti, scrivono in arabo e leggono il Corano. Indossano le loro tuniche ma solo per pregare nelle celle. Se qualcuno chiede di conoscere meglio il Cristianesimo potrebbe però essere guardato con sospetto dai più fanatici»(9)
.
In sostanza
«un immigrato di cultura musulmana non trova più spazio per viversi
come "soggetto di Allah": Non dimentichiamo che per il
mondo musulmano la religione è presente in tutti i momenti della
vita quotidiana; non c'è la separazione tra sacro e profana che
anche un cattolico italiana vive nelle relazioni sociali. La
situazione carceraria riproduce l'aspetto totalizzante dell'islam ma
negando l'esistenza di quest'ultimo»(10).
Non dimentichiamoci poi che «Michel Foucault ha spiegato molto bene in “Sorvegliare e punire” come il carcere produce una vera “tecnologia di controllo sul corpo e l'anima del detenuto”: Cosa significa questo per un musulmano che non vive la separazione sacro- profano e viene negato come “spiritualità”»(11).
Non dimentichiamoci poi che «Michel Foucault ha spiegato molto bene in “Sorvegliare e punire” come il carcere produce una vera “tecnologia di controllo sul corpo e l'anima del detenuto”: Cosa significa questo per un musulmano che non vive la separazione sacro- profano e viene negato come “spiritualità”»(11).
*****
«”Una
piccola moschea è regolarmente allestita presso la Casa
circondariale di Prato, una sala di cultura islamica esiste a Ferrara
ed un’apposita saletta per la preghiera è prevista a San
Gimignano” informa il ministero della Giustizia. Valvole di sfogo
spirituale di questo genere sono utili in tutte le carceri. E forse
sarebbe meglio avere, al fianco dei 250 cappellani cristiani, degli
imam ufficiali, preparati e moderati»(12).
______________________
(1) A. Goussot, “Carcere, mediazione, immigrazione:
problematiche” , in Progetto
regionale: Sportelli informativi e mediazione per detenuti negli
Istituti penitenziari della regione Emilia Romagna. Seminari
formativi rivolti agli operatori penitenziari. Materiale di studio e
di discussione
(2) Sito internet www.innocentievasioni.net
(3) Ibidem
(4)Ibidem
(5)Ibidem
(6)Ibidem
(7)Ibidem
(8)Ibidem
(9)Ibidem
(10) A. Goussot, “Carcere, mediazione, immigrazione: problematiche”
, in Progetto regionale:
Sportelli informativi e mediazione per detenuti negli Istituti
penitenziari della regione Emilia Romagna. Seminari formativi
rivolti agli operatori penitenziari. Materiale di studio e di
discussione
(11) Ibidem
(12) F. Biloslavo, “Dagli
imam fai-da-te proselitismo in carcere, boom conversioni ...
all'islam” in
http://hurricane_53.ilcannocchiale.it/2010/05/28/dagli_imam_faidate_proselitism.html
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