sabato 28 settembre 2013

AOSTA
28/09/2013 - AMBIENTE
Il pirogassificatore di Borgofranco
spaventa anche la Bassa Valle

L’area dove dovrebbe sorgere il pirogassificatore

“Per le nano particelle non c’è confine, la sperimentazione è una decisione scellerata”
DANIELA GIACHINO
PONT-SAINT-MARTIN
L’impianto sperimentale che la Provincia di Torino ha autorizzato per due anni a Borgofranco d’Ivrea, che prevede la combustione di rifiuti speciali non pericolosi costituiti da plastiche generiche, pollina, fanghi di cartiera e fanghi provenienti da impianti di depurazione delle acque reflue urbane, ha coinvolto anche gli abitanti della Bassa Valle d’Aosta. 

A fianco dei comitati dei cittadini «Dora Baltea che respira» e «Dora Baltea in movimento» anche il gruppo «No Piro», la cui posizione boccia in modo esplicito anche la sola sperimentazione. Tra loro pure alcuni cittadini della Bassa Valle. «Siamo fermamente e pacificamente contrari all’attivazione del pirogassificatore di Borgofranco d’Ivrea, nell’area dell’ex Alcan - dice Gigi Bussi referente valdostano del comitato -. L’impianto non deve operare perché porterà sicuro e grave danno alla salute della popolazione e all’ambiente. I progetti presentati in Provincia parlano della vera intenzione speculativa: dopo la sperimentazione si vuole utilizzare l’impianto installato per passare all’incenerimento permanente di grandi quantità di rifiuti. Lo dimostra il fatto che è stata presentata la richiesta di poter bruciare 16 mila tonnellate l’anno. Il no alla sperimentazione è quindi inscindibile dal no netto all’utilizzo del grande pirogassificatore che si vuole attivare nell’immediato futuro». 

Accanto ai comitati si è schierata Valle Virtuosa. «Quello che sta accadendo ai confini della Valle d’Aosta ci tocca direttamente - dice Jeanne Cheillon, presidente di Valle Virtuosa -. Gli scienziati dicono che le nano particelle sprigionate dai pirogassificatori percorrono migliaia di chilometri. Non essendoci a Carema un muro, non solo la Bassa Valle subirà le conseguenze dell’inquinamento, ma tutta la Valle d’Aosta. Con il ricatto dei nuovi posti di lavoro si vuole imporre una decisione scellerata». 

Il comitato «No Piro» guarda al futuro. «Il turismo del futuro premierà i territori che avranno salvaguardato la loro integrità e le loro bellezze naturali - aggiunge Bussi -. Il pirogassificatore sarà un danno di sostanza e di immagine allo sviluppo di questo settore che riteniamo fondamentale dopo la deindustrializzazione del nostro territorio. L’incenerimento è un sistema di smaltimento dei rifiuti arcaico, con una ricaduta occupazionale minima. La vera occupazione proviene dall’impiego di personale in attività che realizzi la separazione, il riciclo e il recupero dei materiali». I componenti del comitato «No Piro» invitano coloro che sono interessati alla salvaguardia dell’ambiente agli incontri organizzati tutti i giovedì alle 21 al bar Sport di Tavagnasco.

FONTE:http://www.lastampa.it/2013/09/28/edizioni/aosta/il-pirogassificatore-di-borgofranco-spaventa-anche-la-bassa-valle-EojxyveM090xxWsLXFRDxO/pagina.html

sabato 12 gennaio 2013



>> Il mondo protestante valdese entra in carcere <<
(10^ puntata)


carcere parigino La Santé



Sappiamo che in generale per il mondo protestante il centro della fede è la Sacra Scrittura, “sola Scrittura”, aveva detto di seguire Martin Lutero al momento della Riforma. Oltre ovviamente alla “sola Fede e sola Grazia”.
Ecco dunque che il pastore Francesco Sciotto della Chiesa Valdese di Palermo, dopo aver effettuato il servizio civile al carcere minorile a Bicocca (Catania), chiese alla Facoltà valdese di poter effettuare un anno di studio all’estero sempre sul carcere. Fu la Fédération Protestante de France a chiedergli nel periodo ottobre 2000 - marzo 2002 di fare uno stage di lavoro alla prigione Santé a Parigi.
Rientrato in Italia dopo questa interessante e formativa esperienza, il pastore Sciotto nel maggio 2003 discusse la tesi di laurea in Teologia pratica presso la Facoltà Valdese a Roma dal titolo “Nel pozzo delle rane. Esperienze di cappellania carceraria” .
Attualmente Francesco Sciotto è coordinatore del gruppo di lavoro sulle carceri della Federazione chiese evangeliche d’Italia.
Una voce autorevole, dunque, che parte affrontando l’argomento più caro a tutti i fratelli protestanti: la Bibbia con il primo capitolo dal titolo “La prigione nelle Sacre Scritture”
Nelle pagine del pastore Sciotto troviamo degli spunti molto interessanti: La Bibbia, ad esempio, che può diventare «il fulcro di ogni relazione d’aiuto. Lo è innanzitutto perché accompagna lungo il suo lavoro il counselor. Lo accompagna all’inizio della relazione, nelle prime visite dove si chiacchiera del più e del meno. Lo accompagna in seguito, nell’ascolto, quando la sofferenza si fa parola e richiesta di aiuto. Lo affianca negli alti e bassi del lavoro in generale.
Ma è fulcro anche e soprattutto perché, poco a poco, accompagna anche la sofferenza del detenuto, che in maniera naturale e spontanea chiede di leggere dei passi, di condividere le sue impressioni, le sue preghiere. È questa condivisione, questo confronto, che fa rivivere il testo biblico, che lo rende spesso parlante.
La Bibbia diventa a questo punto funzione stessa della relazione, collante dell’accompagnamento pastorale» (1).
Ovviamente però sempre più frequentemente i detenuti usavano la Bibbia come pretesto per scambiare quattro chiacchiere, per bere un caffè, insomma per incontrare qualcuno di fuori magari come «richiesta di aiuto che viene da chi esperisce un vuoto quotidiano ed esistenziale da colmare, una ferita da rimarginare, un dolore da sedare. Ebbene, credo che a pochi dei nostri contemporanei che si trovino in tali condizioni, capiti di aprire una pagina a caso delle Scritture e di trovarvi all’interno immediato lenimento. La Bibbia è, per la maggior parte delle persone, niente di più che un libro scritto troppi secoli addietro. Qualcosa che non riesce più a parlare alla gente d’oggi» (2).
Da un attenta e meditata lettura biblica si può vedere come si trovi il tema della prigionia e della prigione, ma anche quello dell’attesa che il pastore Sciotto ha evidenziato nell’Antico Testamento e dell’utilizzo repressivo del carcere portato alla luce nel Nuovo Testamento.
La cosa che fa più specie è che a Bibbia disconosce il volto della prigione e del carcere «inteso come pena. Questa peculiarità ne fa il luogo dell’espiazione, della punizione, ma anche del ravvedimento, della reinserzione» (3).
Nella Bibbia l'attesa dei prigionieri diviene l'attesa metaforica di qualche cosa d' altro, giudizio divino, intervento di un liberatore o intervento celeste.
Inoltre ci dice sempre il pastore Sciotto nella sua tesi «non c'è qui un giudizio moralistico su chi è “dentro”. Nessuno ci dice se hanno meritato o no la detenzione, semplicemente perché si tratta di persone che aspettano, che probabilmente lo fanno soffrendo e che sono in balia delle prepotenze e delle sopraffazioni dei potenti. Quest’attesa, ingiusta e per di più incerta, penosa, diventa paradigma esistenziale di coloro che attendono; metafora, pur triste, di una speranza. La loro condizione diviene un’immagine di attesa escatologica e teologica di liberazione» (4).
Interessante è poi cogliere nel lavoro del pastore Sciotto che è stato, lo ricordiamo, anche cappellano in Francia e lo è tutt'ora come volontario in Sicilia, il fatto che non si è da soli con il detenuto ma «al timone della barca, oltre a noi e al detenuto, ci sia il Cristo dormiente che, nel racconto evangelico di Mc. 4, 35-41 guida la barca in mezzo alla tempesta. È questa una notazione che in prima istanza deve essere chiara al pastore: nella relazione d’aiuto non siamo, né saremo mai capaci di aiutare qualcuno da soli, etsi deus non daretur. La nostra specificità sta nel fatto che proviamo a tradurre e riformulare le ansie e gli stati d’animo del nostro interlocutore in preghiera e riflessione; mai in terapia, né ictanto meno in analisi. Questo non significa che dovremo sempre trovare un versetto biblico che risponda per noi a tutte le frasi pronunciate da un detenuto, o che quest’ultimo debba ogni cinque minuti sentirsi da noi invitato a pregare o a studiare insieme un passo della bibbia. Tutti i manuali potranno darci delle indicazioni su come valutare ciò che abbiamo ascoltato. Come qualsiasi counselor dovremo, dopo aver valutato, scegliere una rotta possibile per far progredire il lavoro, ma dovremo fare tutto ciò sapendo che il nostro ruolo è quello di cappellani» (5).

«Sai Ciccio, negli ultimi giorni mi è capitato di trovarmi spesso a pregare per ciò che sta succedendo in Palestina. Stavo con la Bibbia in mano leggevo qualche passo, dopo aver acceso una candela, e pregavo il Signore. Vorrei che oggi facessimo questo insieme”. Avevo appena aperto la porta della sua cella, non mi ero ancora seduto, che F. mi aveva già detto queste parole. F. era un detenuto di origini nordafricane, nato e cresciuto in Francia, che prima di entrare in carcere poco o nulla aveva avuto a che fare con la religione. In prigione, dopo un lungo periodo di visite e partecipazione ai culti, chiese all’équipe dei pastori della Santé di essere battezzato. Credo che la preghiera abbia accompagnato in maniera assai rilevante il suo percorso di fede dietro le sbarre» (6).
Può capitare che il cappellano venga interpellato sulla preghiera, sul come pregare; ebbene Sciotto dalla sua esperienza ci dice di utilizzare il linguaggio comune dei detenuti e «soprattutto il momento nel quale offriamo a Dio le nostre difficoltà ed i nostri stati d’animo, perché egli se ne curi. È assolutamente importante che il detenuto che ci chiede di pregare insieme a lui riconosca nelle parole che offriamo al Signore le sue ansie, il suo ringraziamento, la sua gioia, la sua lode, i suoi modi di dire» (7).
Per ciò che riguarda il culto il pastore Sciotto racconta la sua esperienza parigina:

«Alla prigione della Santé il culto avveniva ogni quindici giorni, al sabato, animato da uno o più dei quattro cappellani dell’équipe. Dopo la lettura di un breve passo di un Salmo, o di un libro dei profeti, e una breve preghiera, si leggeva un testo e cominciava una discussione libera, introdotta dal pastore e da lui moderata. Tutti potevano iscriversi al culto e intervenire e spesso il discorso verteva su tematiche riguardanti la detenzione e la vita in carcere. Dopo una mezz’ora, si chiudeva la celebrazione con un canto, o con delle preghiere spontanee, o dicendo tutti insieme il “Padre Nostro”. Il culto protestante è considerato dai detenuti della Santè uno dei momenti di massima libertà della vita del carcere. Tradizione vuole ormai che siano iscritti al culto protestante tanti detenuti che si considerano “politici”: i baschi, ad esempio, i corsi, i kurdi. È un momento in cui ci si può incontrare e discutere e tutti i detenuti che pensano che manchino in detenzione spazi di confronto si battono perché esso funzioni. Un detenuto di origini nordafricane, che aveva scoperto che ero uno dei cappellani protestanti del carcere, e che probabilmente poco sapeva di religione e religioni, mi chiese un giorno: “tu sei il cappellano protestante? Vieni dalla Corsica o dai paesi Baschi?” Certamente non sapeva cosa fosse la Riforma. Credeva che i corsi ed i baschi fossero tutti protestanti, perché aveva sentito che quasi tutti i detenuti corsi e baschi venivano al culto protestante» (8)
Alla prigione della Santé di Parigi veniva celebrato il culto di Santa Cena che il pastore Sciotto ci descrive così: «Celebravamo la Santa Cena due volte l’anno, a Pasqua ed a Natale. La celebrazione aveva dunque una frequenza minima e coincideva con le feste. Questo ci dava la possibilità di chiedere alla direzione del carcere, sempre disponibilissima, di vivere insieme ad i detenuti un breve momento di festeggiamento dopo il culto. In questi casi chiudevamo il culto con la Cena e dopo ci fermavamo per una mezz’ora con i detenuti, per mangiare qualcosa con loro, tutti insieme. Avevamo infatti anche la possibilità, in queste occasioni, di portare qualche succo di frutta e dolcetti o salatini. Niente di particolare, in fin dei conti. Ma era un momento di festa, che potevamo passare in compagnia. Al culto protestante erano iscritti anche parecchi detenuti islamici. È ovvio che loro in primis non desiderassero partecipare alla Santa Cena: non potevano bere il vino, che è una bevanda alcolica e capivano benissimo, senza che ci fosse bisogno che qualcuno lo spiegasse loro con un divieto, che stavamo celebrando qualcosa che non apparteneva alla loro spiritualità. Ciò non vietava ad i musulmani di partecipare alla nostra e loro festa» (9).






------------------------------------------------------------------------------------------------------
.
 (1) F. Sciotto, “Nel pozzo delle rane. Esperienze di cappellania carceraria”, tesi in Teologia Pratica della Facoltà Valdese di Roma, p. 9
 (2) Ibidem p. 8
 (3) Ibidem p. 31
 (4) Ibidem p. 32
 (5) Ibidem p. 96
 (6) Ibidem p. 99
 (7) Ibidem
 (8) Ibidem p. 102
 (9) Ibidem p. 105

giovedì 3 gennaio 2013




>>Intervista al cappellano cattolico del carcere di Opera (MI)<<
(a cura di Lidia Maggi, pastora battista Chiesa di Varese)

(9^ puntata)


"....Il male ti segna. Il carcere ti consuma, psicologicamente e fisicamente. Per sopravvivere devi sempre mantenere un certo distacco dal dolore che quotidianamente ti assale. Rispetto alla mia esperienza, all'inizio ho provato una profonda rabbia: mi chiedevo come si potessero trattare così degli esseri umani ed ero convinto di poter cambiare tutto. Poi c'è stata la sofferenza e, infine, ho avvertito un senso di assurdità per come viene gestita la detenzione. Sembra di stare in un asilo per adulti: privati di qualsiasi autonomia e iniziativa, anche i carcerati finiscono per avere un atteggiamento infantile. Durante una visita a Opera, Candido Cannavò rimase colpito dal modo in cui i detenuti cercavano di richiamare la mia attenzione. Disse che gli ricordavano i ragazzi dell'oratorio...." (Don Marcellino Brivio, già Cappellano della Casa di Reclusione di Milano Opera).





Mi è stato chiesto di aiutare chi legge a riflettere sulla preghiera in carcere. Ne ho parlato con Marcellino Brivio, cappellano del carcere di Opera (MI). Ne è nata una comunicazione intensa. Ho pensato di offrirne alcuni frammenti in questa intervista (1).
E’ possibile pregare in carcere?
«Non so se sia possibile, ma accade. Le persone in prigione pregano. E’ un bisogno che nasce dal di dentro e dalla situazione carceraria stessa. Il linguaggio della preghiera diventa paradossalmente quello con cui il detenuto si relaziona con tutti coloro che non sono segregati. Mi capita così di ricevere piccoli messaggi dove il verbo pregare è sempre presente: don Marcellino, ti prego, contatta il mio avvocato…ti prego, telefona a mia moglie… ho bisogno di vederti: ti prego, passa da me. Non va sottovalutato questo rapporto di assoluta dipendenza che rende il detenuto particolarmente vulnerabile, quando si affronta il tema della preghiera. Bisogna vigilare sul linguaggio della richiesta che trasforma la preghiera in una formula di reverenza per ottenere da chi è fuori alcuni favori. Il rischio più frequente è che la persona imprigionata, nella preghiera, più che rivolgersi ad un Dio d’amore si costruisce un’immagine di Dio dove si riproducono i rapporti di potere sperimentati nella struttura del carcere. Nel pregare ci si rivolge così ad un’entità più o meno definita ma più potente e, dunque, da riverire per ottenere dei vantaggi».
Come si prega in prigione?
«Tanti iniziano a pregare proprio in carcere. Io cerco di accompagnare quest’educazione alla preghiera con la Bibbia e, in particolar modo, con i salmi. Nei salmi il prigioniero si identifica con quel pathos che porta il salmista a gridare, a ricercare soccorso e aiuto. Le immagini di pericolo, evocate in queste preghiere, sono tradotte nella vita di ognuno con esperienze concrete di difficoltà. Questo favorisce l’identificazione con il testo. Il linguaggio dei salmi è poi talmente umano da incoraggiare chi prega a non censurare le parole, le emozioni. Si scopre così che il Dio biblico non si stanca mai di ascoltare, anche quando si esprimono sentimenti inopportuni come la collera, l’odio e la vendetta. Dio vuole entrare in dialogo con ogni aspetto della nostra vita, non vuole occuparsi solo di cose spirituali! Questo scopriamo nei salmi. Quando il detenuto arriva ad intuire questa “libertà”, inizia davvero a gustare la Bibbia ed esclama: qui si parla di me, questo sono io!»
Questo rapporto di identificazione col testo, può talvolta diventare pericoloso: quando è importante ristabilire la distanza con la narrazione biblica?
«I rischi di appropriarsi indebitamente del testo biblico sono continuamente in agguato. E’ facile leggere la storia della passione e trovare detenuti che si identificano con Gesù. Immaginate i commenti di un piccolo gruppo di detenuti che discute insieme i testi della domenica, quando si affronta il processo a Gesù. Per ogni figura c’è una trasposizione contemporanea: dal pubblico ministero all’imputato all’avvocato di ufficio. Tuttavia, questo incontro diretto con il testo è indispensabile per acquisire un rapporto personale con Dio. E’ essenziale scoprire, capire che la Bibbia parla a te! I problemi più seri nascono, invece, quando la preghiera non è mediata dall’ascolto della Parola»
Quest’ultima è l’esperienza più comune in carcere! Chi riscopre la preghiera lo fa attraverso forme tradizionaliste: ritorna di moda il rosario, i santini, i vari protettori… E non solo tra i detenuti, più spesso tra le guardie!
«E’ vero, le derive devozionalistiche sono frequenti. Il carcere non aiuta il confronto in nessun ambito, tantomeno in quello della fede. La prigione nega la vita comunitaria. Ognuno è lasciato a se stesso, senza tuttavia rimanere solo davanti a Dio. La struttura del carcere non permette una dimensione comune della preghiera, necessaria per costruire comunione (ma è possibile la comunione in carcere?) e per correggere distorsioni e superstizioni»
Come arrivano i detenuti a riscoprire la preghiera?
«Alcuni attraverso percorsi tradizionali, ascoltando radio Maria per esempio; altri, spesso stranieri, hanno avuto contatti con pastori evangelici. Da loro hanno acquisito una dinamica di “lettura pregata” della Scrittura. In entrambi i casi la preghiera aiuta il detenuto a reggere il carcere, a guardare positivamente una situazione di disagio. Ristabilisce un certo equilibrio interiore, lo rasserena, aiutandolo ad accettare la difficile realtà che si trova ad abitare»
Una preghiera che anestetizza il dolore, dunque.
«Può darsi. Il rischio di accettare troppo passivamente la struttura carceraria è davvero concreto. Non è semplice capire quando aiutare il detenuto a reagire e quando incoraggiarlo nelle fughe spirituali. L’equilibrio è sempre fragile. Da una parte è solo accettando il carcere che si può “sopravvivere” alla struttura; e dall’altra bisogna vigilare perché quest’accettazione non sia troppo tranquillizzante. Una canzone in voga dice: Siamo nel tunnel, non possiamo uscire, almeno pitturiamolo! Ecco, la preghiera può essere anche questo: il colore su un tunnel grigio per aiutare a sopportare una situazione di evidente disagio. Sì, perché il carcere è un luogo di disagio ed il detenuto dipende totalmente dagli umori di chi si trova a gestirlo. E’ soggetto a continue provocazioni, è separato dai suoi affetti ed in continua ansia per chi ha lasciato all’esterno. Si sente impotente, vulnerabile, inutile. Inoltre sperimenta l’ingiustizia proprio in coloro che dovrebbero garantire la giustizia. La rabbia deve essere repressa senza essere mai del tutto rimossa.
La preghiera può effettivamente ridare un po’ di ossigeno non solo consolando e ristabilendo la pace interiore ma anche attraverso la pratica dell’intercessione. Pregare per i familiari fuori dal carcere, affidarli a Dio, fa sentire i detenuti responsabili e attivi verso i propri cari e li aiuta a vincere quel senso di impotenza che continuamente vivono»
Qual è la forma di preghiera più comune che ti capita di ascoltare?
«Insieme alle preghiere di intercessione, le più gettonate sono quelle di richiesta e di abbandono. Alcuni nella preghiera arrivano a riconoscere il proprio sbaglio. La preghiera permette di fare un lavoro introspettivo e di leggersi dentro. Mentre nel colloquio il detenuto fatica ad ammettere il proprio errore (sono quasi tutti innocenti, secondo quanto dichiarano), se si riesce ad arrivare alla preghiera, se io riesco a pregare con la persona che mi parla, si crea una particolare intimità che permette, tramite la preghiera, di narrare la propria vita con meno filtri e con più realismo»
Ti capita di sentire di andare in cortocircuito sul alcuni temi legati al pregare, quando ti trovi in carcere?
«E’ un continuo cortocircuito, sono scosse senza salvavita! Prendiamo per esempio il tema del linguaggio. Tutto da rivedere. Pochi giorni fa come lettura domenicale del vangelo veniva proposto un testo che chiamava al pentimento. Ho sentito tutte le ambiguità del linguaggio, pensando al fenomeno del pentitismo. Ho provato a fare un po’ di ironia dicendo: “carissimi, oggi abbiamo tutti dovuto fare i pentiti!” Il linguaggio della fede va rivisitato e necessita nuove parole per annunciare la speranza evangelica in carcere»
Abbiamo affrontato il problema di ridurre l’esperienza di fede a devozionalismo ripiegato su dimensioni individualistiche. E’ possibile intravedere una pratica di vita cristiana in carcere?
«Davvero non è semplice. Qualche volta, tuttavia, capita di incontrare persone che riescono ad emanare, pur nelle difficoltà della struttura, una forza particolare. E’ una luce che ha poco spazio per irradiarsi. Può tutt’al più contagiare qualche vicino di reparto. Sono spesso persone che pregano spontaneamente, nel segreto o nei colloqui. Credo che chi prende sul serio la preghiera impari a guardare gli altri con più clemenza. Ho assistito al confronto tra due detenuti sulla preghiera. Uno diceva all’altro: Preghi per la tua famiglia e poi ti lamenti perché tua moglie non ti ha mandato le cose che le hai chiesto! Ma credi che per lei la vita sia facile? Perché preghi per lei, se poi non la capisci nelle sue fatiche? Chi prega per gli altri impara ad uscire fuori da una condizione tipica della situazione carceraria, ovvero da quell’essere così concentrato su sé stesso e sui propri bisogni da dimenticare di ascoltare gli altri»
Come è cambiata la tua fede in carcere?
«Io provengo da un’esperienza cristiana che ha messo al centro l’impegno sociale, la condivisione, l’attenzione ai poveri… La dimensione etica della fede è sempre stata molto forte nel mio modo di sentire il vangelo. Il carcere mi ha aiutato a purificare la fede, a non far coincidere il credere con le opere buone. E’ possibile essere cristiani in carcere? Credere coincide con il comportarsi bene? Sono proprio i detenuti a richiamarmi alla grazia di Dio, quando confessano: pensa te, se non c’era il Signore a risollevarmi…»


--------------------------------------------------------------------
(1) Intervista pubblicata su Gioventù Evangelica del gennaio 2006 

sabato 29 dicembre 2012



>> Il mondo cattolico entra in carcere<<
(8^ puntata)




Sono numerose le realtà cattoliche presenti nelle strutture carcerarie in Italia. A partire dal cappellano cattolico e via via in carcere si alternano al presenza di associazioni di volontariato cattoliche quali ad esempio la Caritas, la San Vincenzo De Paoli ecc…
Qui di seguito descriviamo il lavoro svolto dall’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, “associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio – Ente ecclesiastico civilmente riconosciuto con D.P.R. 596/72” come si legge nella carta intestata della stessa Comunità, fondata da don Oreste Benzi, ora defunto.



Seguono anche alcune travagliate testimonianze di persone detenute che ne fanno parte.
Tale associazione nel 2005 ha aperto la casa Madre del Perdono che da anni «accoglie detenuti comuni non tossicodipendenti, sviluppando un progetto educativo con l’obiettivo di rimuovere le cause che rendono la persona propensa ad atteggiamenti, sentimenti e atti criminosi.
Dal 2005 ad oggi sono state accolte oltre 150 persone alle quali in varie forme e gradi sono state offerte occasioni di cambiamento di vita che passano soprattutto attraverso un cambio di mentalità. I problemi di maggiore entità sono costituiti da episodi di fuga avvenuti da persone prive di permesso di soggiorno. La nuova sede è stata inaugurata l’11 luglio del 2008» (1).
Chi chiede di entrare in questa struttura lo fa perché vuole cambiare vita e prendere coscienza del grave reato commesso: esso viene aiutato ed «accompagnato dalla speranza di poter ricominciare una vita diversa, accettando di dover fare una cammino di riconciliazione con se stessi e con la società intera. (…) Il percorso educativo elaborato dal servizio carcere dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII si differenzia da quello delle comunità terapeutiche per le tossicodipendenze pur avendo molti aspetti in comune. L’elemento forza del percorso è dato dalla gratuità delle persone che vi operano, siano esse operatori interni ma ancor più, grazie alla presenza di volontari esterni che donano gratuitamente il loro tempo, con amore» (2).
All’interno di questa comunità c’è anche un momento di formazione religiosa dal punto di vista cattolico: «Momenti di conoscenza sui fondamenti della religione Cattolica e attraverso essi capire cosa Dio dice (non rubare, non uccidere,amare ecc.);a tal riguardo si svolgono serate di catechismo dialogato, di testimonianze di fede vissuta (missionari, consacrati, sposi, handicappati, ex-carcerati,prostitute ecc.). Se nella formazione si cerca di comprendere cosa Dio dice, nei momenti di culto e di preghiera si chiede a Dio la forza e la grazia per vivere ciò che Lui vuole. Tali momenti quotidiani e settimanali sono strutturati.
La formazione umana e quella religiosa ovviamente si amalgama in un unico percorso educativo che necessita un’adesione alta e motivata, pur rispettando a discrezione dei responsabili tempi e modi»(3).


«Nell’11 luglio 2008 all’inaugurazione della nuova sede – racconta Giorgio Pieri, responsabile del Servizio carcere - Emilia Romagna della Comunità - il Vescovo Francesco auspicò che la casa divenisse “L’Università del perdono”. Come spesso avviene nelle cose di Dio il progetto si sta svelando piano piano nella propria identità e strada facendo riconosce che quelle parole del vescovo Francesco esprimevano una profezia.
Diceva don Oreste: ”l’uomo non è il suo errore” e quando non si è accecati dalla paura e dal giudizio, si scopre che in quell’uomo che sbaglia c’è Gesù: ”ero in carcere e siete venuti a visitarmi”.
Sempre più la casa dovrà specializzarsi nell’approfondire la “pedagogia del perdono” per tracciare poi sentieri di riconciliazione. Questa esperienza può rivelarsi feconda specie se condivisa con il territorio»(4).
Lo stesso Pieri aggiunge: «“Stiamo tracciando il sentiero della riconciliazione”, con questo pensiero di fondo ho camminato insieme ai partecipanti del primo pellegrinaggio “Fuori le sbarre”. La marcia è iniziata il 27 marzo 2010 alle ore 07.00. Eravamo una quarantina. In questa occasione si è tentato di unire simbolicamente chi sta dentro con chi sta fuori. All’interno del carcere con la stessa traccia di preghiera i detenuti, con l’aiuto del cappellano, del gruppo di volontari del rinnovamento dello spirito e di una suora, hanno pregato nei nostri stessi orari. Particolarmente significativa è stata l’adesione alla preghiera delle suore carmelitane di Sogliano (RN), “recluse per amore” che hanno aderito all’iniziativa».
Ed ecco le testimonianze raccolte durante il pellegrinaggio “fuori dalle sbarre” raccolte dallo stesso responsabile del Servizio carcere, Giorgio Pieri:
« (…) Mario è il primo detenuto accolto della “Casa Madre del Perdono” che con orgoglio ha letto una poesia che ricorda il suo malessere vissuto nei venticinque anni di carcerazione, ma anche la scoperta di un mondo nuovo grazie all’incontro con i disabili avvenuta nella Comunità Papa Giovanni XXIII che l’ha accolto. In questa occasione, Franco, Domenico, Giovanni raccontano la loro esperienza di” recuperandi”.




Ricordo un esercizio d’ascolto a cui partecipai parlando, mentre gli altri in silenzio mi ascoltavano: in una lunga ora per la prima volta raccontai i miei problemi, le mie paure e, per la prima volta mi sentii libero di piangere, libero nell’anima… non mi sentivo giudicato.
Dopo solo due mesi di semilibertà, con l’aiuto della casa, sono riuscito a parlare con mia moglie nel profondo comunicandogli cose che non ero riuscito nei venti anni di detenzione e nei cinque anni di permesso premio.
Da quel giorno vivo la comunità con il cuore aperto e sincero e anche la preghiera mi ha aiutato:era molto che avevo abbandonato il rapporto col Signore, ma qua mi sono ricreduto e lo sto vivendo con molto sentimento. Proprio praticando la fede, per la prima volta ho preso coscienza di quello che ho fatto: ho tolto la vita ad un altro essere umano, questo non me lo potrò mai perdonare. Per la prima volta dopo venti anni, ho pregato per l’anima della persona che ho ucciso, vittima della mia cattiveria.
Da quando ho cominciato a rivedere tutto su ciò che ho fatto, mi sento un peso sullo stomaco che fa male, un male che non si può spiegare con delle parole.
E’ come se dentro di me si fosse creato un vuoto che non si può riempire con niente e nessuno e chiedo perdono a Dio tutti i giorni ma penso di non meritarlo: come può un peccatore come me avere tanto? Continuerò nella mia preghiera a chiederlo sempre, con il cuore e con l’anima”. A queste parole è seguito un profondo silenzio misto gioia».



«La pastorale carceraria tende a coinvolgere la comunità cristiana in un percorso di attenzione verso la realtà del carcere per sentirla come parte integrante del cammino della Chiesa diocesana, nello stesso tempo tende a far sentire il detenuto inserito pienamente nella famiglia della chiesa locale attraverso iniziative e cammini di fede che devono incarnare nella situazione la pastorale della diocesi.
Il carcere non è un isola, anzi, rappresenta quella realtà di chiesa che soffre a causa del male, del peccato, e lì dove un membro soffre tutto il corpo soffre.
Il cristiano e le nostre comunità sono chiamate a guardare a questa realtà con occhi diversi da chi giudica con il metro della giustizia umana (spesso vendicativa e farisaica), ma con occhi di misericordia, ciò non significa assolutamente addolcire il male o cercare di giustificarlo, ma andare alle radici, per scoprire dove ha origine, dov’è la fonte della malattia di cui spesso il condannato ne rappresenta solo il sintomo».
Tutto ciò sopraccitato è quanto si legge in un opuscoletto che presenta il Centro diocesano di Pastorale Carceraria di Napoli.
Tra le persone preposte a guidare questo ufficio della Diocesi di Napoli c’è suor Maria Lidia Schettino che si auto-presenta così:
«Oggi l’argomento “carcere” trova nell’informazione più spazio che in passato; non può passare nell’anonimato, specialmente per il mondo cristiano-cattolico, per la Chiesa che vuole impegnarsi in prima persona per risolvere il problema carcerario, secondo l’ottica del Vangelo.



Dal 1979 opero come assistente volontaria in questa realtà umana tanto particolare: ascolto le storie più varie, mi sono confidate ed affidate situazioni di sofferenza che mai avrei immaginato potessero albergare in cuore umano, ho potuto tante volte partecipare alla ricerca interiore della verità da parte di chi, nella vita quotidiana, mal gestendo la propria libertà, non aveva mai supposto di essere portatore di valori umani e divini. Nel carcere, strano ma vero, sento la presenza reale, concreta, sensibile di Gesù ed in tante circostanze ho compreso, accanto ai detenuti, cosa significhi pazientare nel soffrire, cosa sia alimentare la speranza del trionfo dell’amore, come si possa condividere il poco che si ha con chi non ha nulla. Attraverso le loro esperienze ho conosciuto il “baratro del fango” e l’“altezza della libertà” e mi sono sentita proiettata in una dimensione di vita sconvolgente.
La mia presenza tra i detenuti è una presenza sofferta: il non poter rispondere a certe situazioni drammatiche, il constatare alcune ingiustizie evidenti, il notare, talvolta, una logica sbagliata, il non riuscire a trovare la strada per far capire gli errori, danno alla mia vita religiosa la dimensione della Croce.
Porto con me, ogni giorno, tutto il loro dolore; sento il mio stesso corpo appesantito dal peso dei drammi e della povertà di questi miei fratelli che assumo nella preghiera e la cui amicizia traduco in lode.
Da molti anni mi è stato affidato il Padiglione “Roma” dei giovani tossicodipendenti (ogni padiglione porta il nome di una città). La maggior parte di loro non ha vissuto l’infanzia; per molti la vita di fatiche e disagi ha avuto inizio intorno agli otto – nove anni; il ricordo della tenerezza materna, per altri, è solo nostalgia. Entro spesso nel loro ambiente di provenienza: sono famiglie molto povere economicamente e culturalmente. Mi accorgo come donna e come religiosa che il mio affetto sincero nei loro riguardi, le mie attenzioni per le loro necessità li inteneriscono; riscoprono la vita, vogliono parlarne, esprimono i loro desideri, le loro attese ma sempre nel timore di restare ancora soli, di essere ulteriormente delusi.
L’uomo in situazione di detenzione, nella maggior parte dei casi, è in situazione d’invocazione; anche inconsapevolmente il suo animo invoca il Regno di Dio, l’avvento dell’Amore, della giustizia e della pace, che identifica con una vita familiare serena. Ho scoperto che quelli che rifiutano Dio, non sono sempre gli orgogliosi e i superbi, ma spesso uomini sinceri che negano tale esistenza per sete e fame di giustizia: il più delle volte è la consapevolezza di essere vittima dell’ingiustizia e della solitudine a spingere i poveri e i miseri alla violenza o all’autodistruzione, attraverso il suicidio e la droga.
Il mio compito, accanto a questi fratelli che hanno soffocato, talvolta, con i reati più vari, la loro nostalgia di bene e di vero, è di offrire una mano tesa e un’amicizia vera; quelli che chiedono di parlarmi, anche se hanno ormai lucidamente macerato nella propria coscienza tutto l’abisso del male, mi possono avvicinare. Essi sanno…che vado per offrire loro la mia fede, la mia certezza che la Parola di Dio fa nuove tutte le cose, che anche dall’esperienza del peccato e della morte può nascere l’uomo nuovo, perché “ogni delitto commesso dall’uomo è punto di partenza dell’azione riabilitante di Dio” (Card. Martini).

Sono convinta che l’Avvento del Regno ha bisogno della passione degli amici di Gesù, e i fratelli detenuti, inconsapevolmente, aumentano questa mia passione, mi fanno dono della loro sofferenza che alimenta la fiamma della mia preghiera e garantisce la “vita” della mia adorazione.
Ogni giorno, durante la celebrazione eucaristica, c’è un momento culmine per me: nella Consacrazione, quando il sacerdote innalza il calice, il mio cuore grida: “Tutto…e Tutti!”. E’ un’offerta, è una supplica, è il desiderio che quel sangue porti a compimento – oggi – la salvezza per ogni uomo ed in particolare per i fratelli che incontro là, dove il bisogno di salvezza è più urgente: il carcere. Mi sembra che in quel momento, nel calice, siamo tutti uniti: in Cristo siamo ricondotti al Padre.
E già si compie la preghiera: Venga il tuo Regno»(5).
Suor Maria Lidia, 74 anni, in origine era una professoressa che ha lasciato la scuola superiore per consacrasi, nel 1965, nella congregazione delle “suore d’Ivrea”. Entra in carcere per sostituire una suora già preposta a quel luogo. E ci rimane, cambiandone tre: prima Pozzuoli, poi Secondigliano ed infine quello di Poggioreale. A tutt’oggi ogni giorno deve affrontare le difficoltà quotidiane dovute anche alle proporzioni del carcere dove presta la sua opera di conforto ai detenuti vale a dire la struttura di Poggioreale: per gli oltre duemila detenuti ci sono già quattro cappellani che fanno con difficoltà il loro lavoro.
«Un ergastolano mi ha detto: “dovete farla ogni otto giorni la Messa, perché quando entro nella cella e sto solo per tante ore rielaboro tutte le cose che ho sentito e non sapete che colloquio ho con Gesù Cristo!” C’è da credergli»(6).


Suor Maria Lidia ha anche curato un libro, oramai fuori catalogo ed introvabile, dal titolo “Nostalgia d’innocenza” (Edizioni Dehoniane di Bologna) dove sono raccolte le centinaia di lettere che la suora ha ricevuto negli anni di attività carceraria: «coloro che avranno la bontà e la pazienza di leggere queste lettere come se fossero scritti di un proprio “caro” vivranno l’ebbrezza di un percorso che, dai meandri di un’esistenza confusa, conduce verso una luminosa e solare scoperta: la fiducia nella vita, la fede ritrovata, la rinnovata capacità di essere onesti. Il goderne diviene forza ed entusiasmo anche per noi che, fuori dalla realtà carcere, crediamo di possedere il monopolio di ogni valore umano»(7). Le pagine scritte da suor Maria Lidia sono «intrise di desideri e speranze, dolore e amore, sogni e realtà, che rivelano come nulla possa cancellare la dignità dell’essere umano e la creatività del suo cuore. In ambiente così negativo e ostile quale il carcere oggi, è possibile riscoprire sentimenti come la sincera ricerca del vero senso della vita, della famiglia, l’amicizia, il bisogno di Dio, di donarsi agli altri.
Le lettere inviate a suor Lidia da quel luogo di fango e bellezza si offrono anche quale stimolo e provocazione rivolti all’azione pastorale della Chiesa, esplicitamente chiamata dal suo Signore ad “annunciare ai prigionieri la liberazione”»(8).
Nel libro le lettere sono state divise per settori, tra cui quello denominato “Introspezione: i bisogni immateriali” e quello denominato “Spiritualità: l’esperienza religiosa”. Da questi due capitoletti ne abbiamo estratti alcuni brani che proponiamo qui di seguito.
«Il mio sogno è di ritornare ad essere una persona normale… come ce ne sono tante… Ma anche se fallirò, il mio sogno e la mia speranza è e rimane solo questo» scrive Gerardo (9). E noi non sappiamo poi se poi Gerardo è ritornato ad essere una persona normale come era nei suoi sogni di detenuto.
Ma c’è anche Andrea che scrive a suor Lidia dicendole « (…) Vorrei partire dall’esperienza personale, perché la vita è una serie di scelte e decisioni personali e la responsabilità individuale non può essere delegata ad altri, come non è possibile che altri debbano ricercare la soluzione dei nostri problemi. Ogni uomo può scegliere il male o il bene, che sono dentro ognuno di noi. Evidentemente, quanto più chiaramente osserviamo la realtà, tanto più saremo capaci di affrontare le difficoltà e le insidie della vita. (…)»(10).
E Mimmo scrive sempre a suor Lidia queste parole: « (…) Il Dio nel quale io credo è un Dio interiore, che è in me e che può palesarsi solo nel mio animo, se la mia condotta è degna. Il Dio dei cieli come ricompensa, a mio parere, non è altro che un anticipo di serenità vissuta in un animo puro. Io vedo il Dio terreno nell’uomo degno, intelligente, buono, sincero, che, in mancanza di una prova più certa, è ben degno di rappresentare il vero Dio. Forse ho fatto un po’ di confusione, ma la prego di considerare il mio stato d’animo. (…)»(11).
E lo stesso Mimmo in un'altra lettera inviata sempre a suor Lidia sul fatto che discutere su Dio sarebbe bello scrive: «(…) Fermarsi a discutere su Dio sarebbe bello, ma comporterebbe il danno di trovarsi troppo indietro. Sono delle scuse e mi vergogno di formulare questi pensieri, ma che cosa devo fare? Tu sai che nessuno più di me avrebbe il diritto di credere in Dio. A me hanno insegnato che bisogna rispettare chi ci aiuta materialmente, chi ci può aiutare in maniera tangibile. Adesso che sono più cosciente, vorrei abbandonarmi meno a questa teoria del baratto. Però la situazione e la mia pena non lasciano spazio al misticismo e la mia stessa cultura non è che fredda ed esteriore. A chi non piacerebbe cullarsi nella speranza di un Dio giusto e buono? Ammetterai che ci vuole molto coraggio a credere in una pace futura, mentre si soffre nel presente. Allora, ormai non è un mistero, pensa di me, che sono un uomo di scarso coraggio, ma non privo di fede. Ricordi san Pietro? Nemmeno lui credeva di poter camminare sull’acqua. Dunque, se dubitava un uomo così buono, posso essere perdonato io, omino fino a ieri cattivo e incivile? (…)»(12).
Scrive Riccardo il suo ringraziamento alla suora dei miracoli, ovvero sempre suor Lidia, dicendo: «(…) Grazie per avermi fatto da Mosé, continuerò il cammino che ho intrapreso, grazie alla piccola suora dei miracoli. Voi siete una persona veramente speciale e sono orgogliosa di avervi conosciuto. Ringrazio la polizia che mi ha arrestato, il giudice che mi ha giudicato, sono sicuro che hanno fatto parte del disegno di Dio, per darmi in questo modo la possibilità di capire quanto era vuota la mia vita, quanto facevo soffrire i miei figli, mia moglie, chi mi vuol bene. Ringrazio costoro poiché nel carcere ho conosciuto suor Lidia e, tramite voi, il bisogno di cercare e di trovare Dio: adesso sono sereno, so che dentro di me è scattato un interruttore che non si staccherà più. (…)»(13)..
Scrive invece Vincenzo: «Io non so chi sono, mi dico maledetto e mi professo ateo. Non per questo ho rifiutato i tanti amici che la Chiesa mi ha regalato…
Ultima in ordine di tempo, la dinamica suor Lidia, persona vera come poche, che ho incontrato durante il viaggio sul treno della vita. “Cristo reclinò il capo con l’ultimo sguardo rivolto al mondo, dall’alto di una croce”»(14).
Scrive Adriano: « (…) Non ho mai dubitato che Dio fosse vicino a me anche se non prego più, la sua presenza è costante al mio fianco, lo vedo tutti i giorni, vedo la magnificenza del Creato. Ho fede che il mio domani sarà più radioso del presente (…)»(15).


-------------------------------------------------------------------------------------------------------
1 Opuscolo della Comunità
2 Ibidem
3 Ibidem
4 Dalla lettera che Giorgio Pieri ha scritto ai parroci.
6 “Volontariato: Poggioreale, cercando Dio tra le mura del carcere” in Avvenire del 20 luglio 2005
7  Dall’Introduzione del libro di suor Maria Lidia Schettino “Nostalgia d’innocenza” , edizioni Dehoniane Bologna 2005
8 Dalla scheda di presentazione dell’Ufficio Stampa delle edizioni Dehoniane di Bologna
9 A cura di suor Maria Lidia Schettino “Nostalgia d’innocenza” edizioni Dehoniane Bologna 2005
10 Ibidem p. 246
11 Ibidem p. 248-249
12 Ibidem p. 258
13 Ibidem p. 265-266
14 Ibidem p. 279-280
15 Ibidem p 304

domenica 23 dicembre 2012


>> L'islam entra in carcere <<
(7^ puntata)
>> Intervista a Mohammed Khalid Rhazzali <<

«”Una piccola moschea è regolarmente allestita presso la Casa circondariale di Prato, una sala di cultura islamica esiste a Ferrara ed un’apposita saletta per la preghiera è prevista a San Gimignano” informa il ministero della Giustizia. Valvole di sfogo spirituale di questo genere sono utili in tutte le carceri. E forse sarebbe meglio avere, al fianco dei 250 cappellani cristiani, degli imam ufficiali, preparati e moderati» (1).
Tutto ciò riportato tra virgolette qui sopra sarebbe necessario perché in effetti, secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al 31 gennaio 2009 i detenuti musulmani presenti nelle carceri italiane erano 9 mila 006 contro gli 8 mila 382 degli appartenenti ad altra religione e sul totale di 21 mila 891 detenuti stranieri. Vale a dire oltre il 40% del numero totale dei detenuti in Italia è musulmano.
Mohammed Khalid Rhazzali, dottore di ricerca in Sociologia dei processi comunicativi e interculturali presso l’Università di Padova nonché professore a contratto di Sociologia dei diritti umani presso la stessa università e docteur de recherche en Sociologie presso l’Ecole de Hautes Etudes en Science Sociale di Parigi, ha appena concluso una ricerca che è divenuta un libro (Franco Angeli editore) dal significativo titolo “L’Islam in carcere”. Con lui abbiamo fatto questa lunga chiacchierata-intervista proprio sulla realtà dei detenuti musulmani nelle carceri italiane.
Rhazzali, non tutte le carceri accettano l'imam all'interno della struttura, alcuni direttori hanno difficoltà a vedere quale, dal punto di vista formale e giuridico, dei tanti imam delle tante correnti islamiche dovrebbero fare entrare. Lei ha notato questa prima difficoltà?
«C’è un vuoto regolamentare, che però non è un vero vuoto perchè il principio dell'assistenza religiosa e spirituale c'è e vale per tutti.
Il problema va rinviato al rapporto tra tutte le comunità islamiche e l’amministrazione pubblica: per dirla in breve, sono vent’anni che i musulmani aspettano l'intesa tra lo Stato e le organizzazioni islamiche d’Italia. Anche se da una parte c'è una certa maturità, dall'altra parte tutto viene lasciato alle sensibilità dei singoli attori che operano in un territorio nazionale caratterizzato ormai da una certa differenziazione del welfare, dei diritti sociali, che però potrebbe risultare alla lunga rischiosa. Dunque se siamo ad esempio in Emilia Romagna, in Piemonte o anche in alcune parti della mia Regione, il Veneto, può darsi che si verifichino spontaneamente e in coerenza con certe tradizioni welfaristiche locali sensibilità e collaborazioni tra gli istituti penitenziari e il territorio circostante al di là dei formalismi»
Dipende allora da direttore e direttore?
«Esattamente, e dipende anche dalla collaborazione dei musulmani che sono in quella determinata struttura carceraria. Dipende anche dall’esistenza di un’associazione islamica o moschea in prossimità del carcere o nella città più vicina. Dipende dalla risorsa umana e materiale che tale associazione ha a disposizione da destinare al tema carcere. Trattandosi comunque di associazioni no profit, di volontari: bisogna vedere dunque se hanno le forze per occuparsi anche dei detenuti. Dipende dalla rete di relazioni che hanno sviluppato con le istituzioni e le associazioni laiche e religiose che lavorano all’interno del carcere».




In carcere c'è il cappellano cattolico che opera nella piena ufficialità. Come viene visto dal musulmano?
«Dipende dalla sensibilità del singolo cappellano. Però in linea generale il cappellano è ritenuto come uno degli operatori del carcere e quindi come una risorsa ulteriore anche per i musulmani. La cappella per alcuni (pochi), è un luogo di preghiera interconfessionale. Altri potrebbero meno sinceri e la frequentano per avere in cambio qualche aiuto».
Molto spesso si nota che il mondo cattolico tende ad inglobare, a voler in qualche maniera convertire. Certi atteggiamenti similmente le fa anche un certo tipo di fondamentalismo islamico? Lei ha trovato certe situazioni nelle carceri?
«Premesso che la tendenza a convertire le persone risulta in qualche modo come caratteristica di quasi tutte le religioni e non dei loro fondamentalismi. Le religioni spiegano le loro ragioni alle persone e se qualcuno si convince può aderire liberamente. Quindi non dobbiamo preoccuparci se qualcuno tenta di convertire qualcun altro. Caso mai occorre lavorare perché questo accada alla luce del sole e che le persone siano messe nelle condizioni di professare liberamente i propri culti e di convertirsi anche in altre direzioni nel corso della vita. E quindi è una faccenda paradossalmente tutt’altro che privata e deve essere discussa, decisa, elaborata pubblicamente. Perciò ritorna la rilevanza dell’intesa tra lo Stato e le confessioni religiose che stabilisce per legge funzioni e responsabilità. Il caso islam da questo punto di vista diventa un’urgenza a cui dare risposte nell’immediato. Ecco che quando parliamo del carcere siamo dinanzi a una delle istituzioni che fa i conti quotidianamente anche con la gestione religiosa dei musulmani. E il non prestare attenzione a questo aspetto rischia sì di essere un elemento su cui inventarsi un fondamentalismo islamico specifico delle carceri europei, una specie di “religione degli oppressi” che si occupa dell’assistenza religiosa. Nel caso specifico del nostra pianeta carcere in Italia, a parte quei sorvegliati speciali legati al terrorismo che uno un regime a parte, non è emerso dall’indagine che ho condotto gruppi cosiddetti fondamentalisti che si trovano lì con l’obiettivo di convertire delle persone in qualche ideologia islamista. Più meno si tratta spesso di detenuti che hanno commesso reati comuni con pene medie di due o tre anni e che si rivolgono alla religione cercando qualche risorsa: passatempo, qualche effetto terapeutico, contro l’avvilimento e lo smarrimento,… Ho trovato qualche gruppo che si aut-organizza attorno a questa tematica. Sono riuscito anche a intervistare un autoproclamato imam e più di qualche detenuto molto ingaggiato in questo senso, ma tutte le volte si tratta di persone slegate da qualche movimento, ideologia,… La cosa che colpisce è la conversione o ri-conversione spontanea dei giovani che si definiscono comunque musulmani senza però un accompagnamento di nessuno. C’era di qua e di là qualche convertito italiano (in un caso era romeno) e non mi sono occupato di tale tema che dovrebbe essere studiato a parte, ma in generale
convinti impegnati e semplici osservanti o convertiti si trovano a fare bricolage religioso per sopravvivere…».
Trova che anche nel carcere sia cambiato l'atteggiamento che c'era prima dell'undici settembre 2001 (cioè dell’attentato alle Torri Gemelle a New York) e quello di adesso?
«A questo proposito mi sono fatto raccontare dagli operatori carcerari: ebbene tutti quanti sono consapevoli che è successo qualche cosa dopo quella data, qualche cosa che ha cancellato anni di dialogo, ad esempio, interreligioso tra cristiani e musulmani, è come se si fossero azzerati tutti i rapporti positivi che c'erano tra istituti penitenziari e associazioni islamiche.
I linguaggi sono cambiati rispetto a prima e non c’erano le categorie del post-undici settembre 2001 che hanno influenzato negativamente qualsiasi politica che miri a valorizzare il dato religioso musulmano. Era quindi più facile che i musulmani e gli altri si confrontassero sull'opportunità dell'assistenza spirituale o religiosa in carcere, vista anche in tutta la sua efficacia riabilitativa.
Ho interpellato anche degli imam circa la loro attività nelle carceri. È emersa però una figura di imam specifica del contesto europeo che si configura su di versi campi del sociale. L'assistenza religiosa, anche in altre istituzioni (ospedale, caserme,..), e altre funzioni tipiche del sociale (mediazione istituzionale e di prossimità) risultano essere sempre di più campi in cui l’imam si trova coinvolto, ma non si potrebbero collocare in qualche tradizione teologica islamica. Tuttavia, e il caso ce lo dimostra, la tradizione teologica islamica si trova in coerenza con i propri principi che le permettono, mediante il concetto di al-Ijtihad al-‘Aqli (lo sforzo intellettuale), di rivedere in continuazione il suo rapporto con il presente e il futuro. Da questo punto di vista l'islam è molto flessibile ed è capace di “inventarsi” degli istituti legati ai tempi ed ai territori in quei i fedeli si trovano».
Come vive il detenuto islamico la propria condanna? Con pentimento e contrizione? Come un macigno nella coscienza? Viene anche escluso dalla comunità islamica?
«I musulmani si comportano ovviamente come tutti gli altri detenuti. I musulmani in quel contesto devono fare anche loro i conti con la loro identità di detenuto. Musulmano e detenuto può risultare una combinazione positiva al fine del proprio recupero, sia per sé che per la collettività. Questo però dipende da quello che si dice e si pensa, da una parte, sulla prigione e dall’altra, sui musulmani. E qui non è escluso nessun attore sulla scena pubblica. Anche le organizzazione islamiche sono responsabili, un po’ perché mancano le cornici istituzionali e i finanziamenti e un po’ perché la condanna sociale potrebbe essere interpretata come divina e, quindi, da questo punto di vista ha poco da fare la comunità islamica. Invece del pentimento, che emerge con forza dai racconti di giovani detenuti e che a volte si combina con una strana relazione con il Maktub (il destino), ci potrebbe essere del risentimento che a seconda di chi ci si trova davanti, spingerebbe alcuni a sviluppare discorsi che la fanno facile e identifichino nella propria condanna il loro perseguimento in quanto musulmani.
Tuttavia, il carcere si configura come un “mondo parallelo”, un “mondo in miniatura”, gli stessi dibattiti che si fanno fuori si riproducono nel carcere. Il carcere però ci insegna che tutte le dinamiche sociali si portano all'esasperazione. Alla stessa maniera di come si vive fuori, anche lì si comunica, si vive e ci si trova attraverso la tv (i detenuti guardano moltissima tv) dentro i medesimi processi, però i carcerati sono ovviamente più condizionati nel loro modo di interpretare, di elaborare, e rischiano dinanzi a delle chiusure di perdere tale capacità che li serve anche per uscire e per riscattarsi. Questo succede normalmente con tutti. E in cosa sono diversi allora i musulmani rispetto agli altri? La domanda è retorica. La religione per tutti può essere una risorsa dentro il carcere, una risorsa a cui attingere per resistere contro gli assalti dell’istituzione totale. Tuttavia, si può osservare presso i musulmani una certa specificità per ciò che riguarda la dimensione della religiosità; che potrebbero sembrare più inclini alla religiosità o più attaccati alla tradizione religiosa, ma questo risulta dalla letteratura in questione come l’esito di politiche identitarie che hanno costringono chi non ha strumenti conoscitivi, chi non ha potere politico, a ridurre, a schiacciare, la complessità del rapporto con la propria identità, o le proprie identità, sul versante religioso. Insomma, ai musulmani, migranti o non, di vecchia e nuova generazione, carcerati o non, è stato detto negli ultimi vent’anni che la vostra identità di musulmani è poco integrabile con il resto delle dimensioni della vita sociale, culturale e politica. Da queste retoriche è scaturita una violenza, sostenuta anche da alcune forze politiche, che rischia di convincere i musulmani di adattarsi al proprio stereotipo, ad arroccarsi, ad essenzializzare la loro esperienza religiosa».
Che siano musulmani o meno, può essere che i detenuti siano depressi e che magari possano esserci dei suicidi. C’è una richiesta verso l’esterno di aiuto e di ricerca di spiritualità per, in qualche modo, redimersi e riscattarsi?
«Sì, il tema dei suicidi ha dimostrato che tale fenomeno non risparmia nessuno. Gli ultimi dati presentano uno scenario in cui si muore interculturamente di carcere: ricorrono al suicidio musulmani e cristiani, tunisini e romeni, nigeriani e italiani. Vi è già un’ampia letteratura che insiste su un intreccio di fattori (sovraffollamento, maltrattamento) esterni e la correlazione tra questi e l’aumento del tasso di suicidio. In questa prospettiva, risulta arduo parlare per ragioni legate alla nostra storia politica laica di spiritualità o di religione come soluzione o strumento che possa attenuare tale fenomeno. Questa in parte è stata la mia premessa nel mio studio, cioè rimettere in discussione la rilevanza o irrilevanza del religioso nel contesto carcerario e nella contemporaneità in generale. I carcerati esprimono con forza questo bisogno (religioso) e se questo per alcuni può risultare regredivo, ciò va analizzato e preso sul serio.
Quali sono le problematiche generali che sentono di più i musulmani nel carcere? E’ proprio solo la religione, la preghiera, la moschea oppure il permesso di soggiorno, il procurarsi il cibo o trovare lavoro quando usciranno da quella struttura?
«Bisogna distinguere. Ci sono i musulmani italiani, incluse anche le seconde generazioni che non si trovano ad avere i problemi legati al permesso di soggiorno. Poi c’è l’islam migrante che deve fare in conti con le dinamiche migratorie, le leggi e la condizione giuridica in cui si trovano. I musulmani, da questo punto di vista, hanno gli stessi problemi di un altro straniero: l’espulsione o la clandestinità dopo la conclusione della pena.
Altra cosa è invece l’istituto penitenziario, che ha una sfida da affrontare legata al futuro della società italiana e quindi anche alla pluralità culturale e religiosa presente in tutte le sfere pubbliche di questa società. Quindi non bisogna lasciare da soli gli istituti di pena a gestire la complessità da un punto di vista discrezionale. Questa sfida è un tema di grande attualità sempre all’ordine del giorno dove le istituzioni hanno sempre bisogno di modelli operativi e di una legislazione chiara. Faccio l’esempio del dare o meno da mangiare la carne halal (dove cioè l’animale è stato macellato secondo le norme della legge islamica): la carne halal non viene data o viene data a seconda delle diete ed a seconda delle risorse che si hanno all’interno della singola struttura penitenziaria. E’ ovvio che gli istituti sono interessati in linea di principio a queste tematiche perché sono interessati a mantenere l’ordine dentro il carcere e non. Ma questi dibattiti devono essere svolti altrove, non ci può essere una negoziazione a livello locale, anche se in realtà ogni carcere rispetta le leggi e i regolamenti e tutti risultano essere in linea con i principi costituzionali.
Ci sono delle buonissime pratiche nelle carceri ma il problema è: la politica cosa sta facendo per i problemi del carcere? Non si può demandare tutto alla sensibilità o meno del singolo direttore. Diciamo che non c’è chiarezza e non ci sono modelli operativi. Dal punto di vista del rispetto della religione nel carcere la maggior parte dei musulmani praticanti dicono che ci sono delle buone pratiche e c’è il rispetto, anche da parte delle guardie».

(1) F. Biloslavo, “Dagli imam fai-da-te proselitismo in carcere, boom conversioni ... all'islam” in http://hurricane_53.ilcannocchiale.it/2010/05/28/dagli_imam_faidate_proselitism.html

domenica 16 dicembre 2012


>> L’Islam entra in carcere<<

(6^ puntata)





E’ alquanto curioso che «in carcere c'è la cappella cattolica ma non c'è la moschea, in una situazione dove il 35% della popolazione detenuta è di religione musulmana» (1)
Se per i cattolici l’ordinamento penitenziario prevede la cappellania e quindi la figura del  cappellano del carcere, ci può essere invece qualche difficoltà per chi crede in un altro Dio  come, ad esempio, i musulmani. Le difficoltà le hanno proprio gli imam islamici ad incontrare i detenuti appartenenti alla fede di Allah: «al momento entrano solo negli Istituti di Firenze, Secondigliano, Brescia, Milano, Roma Rebibbia e Roma Regina Coeli»(2).

Invece a Torino i musulmani hanno delle difficoltà ad entrare per l’assistenza carceraria. «Con i musulmani le cose si complicano un po’ - spiegava  l'allora  direttore della struttura Pietro Buffa - perché potremmo avere dei problemi nel riconoscimento dell’ imam. In ogni caso basta che facciano richiesta di entrare come assistenti volontari ai sensi dell'articolo 17 dell’ordinamento penitenziario e sarà il Dap a provvedere al loro riconoscimento»(3).

Eppure al carcere Lorusso e Cotugno, conosciuto da tutti come «Le Vallette», possono entrare senza problemi sia i buddhisti di una particolare comunità che i preti ortodossi.  Anche se l'articolo 36 dell'ordinamento penitenziario parla chiaro: i detenuti di credo  diverso dal cattolicesimo hanno il «diritto di ricevere, su loro richiesta, l'assistenza dei  ministri del proprio culto e di celebrarne i riti».

Ci deve però essere una soluzione. Soluzione che è stata trovata dal Dipartimento  amministrativo penitenziario con una circolare del 1997 che «stabiliva con il Ministero  dell’interno una procedura che prevede l’individuazione da parte della direzione dell’istituto del ministro di culto, la comunicazione delle sue generalità all’Ufficio Centrale Detenuti e Trattamento, l’acquisizione dal Ministero dell’interno del parere di rito per rilasciare l’autorizzazione all’accesso»(4). Circolare poi confermata da quella del 2002 che chiedeva inoltre di «specificare anche la moschea o la comunità di appartenenza dell’imam e di comunicare alla Direzione Generale i nominativi di tutti i rappresentanti di fede islamica autorizzati all’ingresso nelle carceri, anche ai sensi dell’art.17 dell'ordinamento penitenziario»(5)



Nel carcere di Bollate la direttrice Lucia Castellano dice: «in ogni reparto abbiamo  moschee attrezzate di tappetini e corani, e rispettiamo il ramadan e la festa del sacrificio. Al momento nessun detenuto ha mai chiesto l'ingresso di qualcuno di esterno e a fare da imam è uno di loro»(6) 
«Spiega il direttore della Casa Circondariale di Verona, Salvatore Erminio: “I ministri di  culto vengono indicati dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, alcuni entrano e  altri no”. L'istituto veronese in passato ha ospitato un rappresentante buddista, ed entrano senza problemi sia dei Testimoni di Geova che un prete greco ortodosso e uno rumeno.  Continua il direttore: “i preti ortodossi hanno magari difficoltà nell'utilizzo della Chiesa  visto che i loro riti sono diversi, ma possono svolgere attività di intercultura e incontrare i detenuti in colloquio. Da quando sono io il direttore – ossia da almeno sei anni - non ho  ricordi che sia invece mai entrato nessun ministro di culto musulmano”. A questo proposito il portavoce del consiglio islamico di Verona, Mohsen Khochtali  dichiara: “Nel 2007 abbiamo fatto richiesta per entrare in occasione di grandi festività o per dei colloqui, ma l'esito è stato negativo. Per noi sarebbe importante parlare con chi è dentro per incoraggiarlo a cambiare vita, a non sognare e cercare di trovare un lavoro onesto una volta fuori”»(7)
Nel carcere di Verona, dove circa il 70 per cento di detenuti è straniero, il cappellano  cattolico don Maurizio dice: «la convivenza tra le varie religioni è buona, vengono a messa un po' tutti e persino qualche musulmano non si nega questa possibilità»(8)mentre però la maggior parte dei musulmani prega nelle proprie celle o nei corridoi: in occasioni particolari come il mese di ramadam viene messa a loro disposizione la palestra. Lo stesso cappellano dice anche che «Algerini e marocchini sono più convinti, scrivono in arabo e leggono il Corano. Indossano le loro tuniche ma solo per pregare nelle celle. Se qualcuno chiede di conoscere meglio il Cristianesimo potrebbe però essere guardato con sospetto dai più fanatici»(9)
.




In sostanza «un immigrato di cultura musulmana non trova più spazio per viversi come "soggetto di Allah": Non dimentichiamo che per il mondo musulmano la religione è  presente in tutti i momenti della vita quotidiana; non c'è la separazione tra sacro e profana  che anche un cattolico italiana vive nelle relazioni sociali. La situazione carceraria  riproduce l'aspetto totalizzante dell'islam ma negando l'esistenza di quest'ultimo»(10).
Non dimentichiamoci poi che «Michel Foucault ha spiegato molto bene in “Sorvegliare e punire” come il carcere produce una vera “tecnologia di controllo sul corpo e l'anima del  detenuto”: Cosa significa questo per un musulmano che non vive la separazione sacro- profano e viene negato come “spiritualità”»(11).

*****
«”Una piccola moschea è regolarmente allestita presso la Casa circondariale di Prato, una sala di cultura islamica esiste a Ferrara ed un’apposita saletta per la preghiera è prevista a San Gimignano” informa il ministero della Giustizia. Valvole di sfogo spirituale di questo genere sono utili in tutte le carceri. E forse sarebbe meglio avere, al fianco dei 250 cappellani cristiani, degli imam ufficiali, preparati e moderati»(12).
______________________
(1) A. Goussot, “Carcere, mediazione, immigrazione: problematiche” , in Progetto regionale: Sportelli informativi e mediazione per detenuti negli Istituti penitenziari della regione Emilia Romagna. Seminari formativi rivolti agli operatori penitenziari. Materiale di studio e di discussione
(2) Sito internet www.innocentievasioni.net
(3) Ibidem
(4)Ibidem
(5)Ibidem
(6)Ibidem
(7)Ibidem
(8)Ibidem
(9)Ibidem
(10) A. Goussot, “Carcere, mediazione, immigrazione: problematiche” , in Progetto regionale: Sportelli informativi e mediazione per detenuti negli Istituti penitenziari della regione Emilia Romagna. Seminari formativi rivolti agli operatori penitenziari. Materiale di studio e di discussione
(11) Ibidem
(12) F. Biloslavo, “Dagli imam fai-da-te proselitismo in carcere, boom conversioni ... all'islam” in http://hurricane_53.ilcannocchiale.it/2010/05/28/dagli_imam_faidate_proselitism.html